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L'Enciclopedia Artigiana del Pensiero

AltoFragile

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AltoFragile (Sacco, 2015) di Federica Bonzi – Recensione di Enrico Marco Cipollini

Tanti concetti, come quello di poesia, letteratura o filosofia, han perduto molta della loro esclusività e restrittività, aprendosi, contro ogni boria, ad interrelazioni e ad istanze veramente sentite. Ciò non significa che tutto sia filosofia o letteratura che è genericità onnicomprensiva e scadente. Pertanto, ciò detto sopra, fa sì, che la poetica di un tragico greco come di un Leopardi o un Dostoevskij, sollevi interrogativi autenticamente filosofici come quelli codificati nei “sacri” testi definiti di filosofia. Tale dilatazione concettuale oltrepassa le artificiose barriere dei “distinti”, abbracciando lo scibile umano,

un vero urbi et orbi tipico di un mondo inteso non settorialmente ma globale, dove il logos non “appartiene” all’Occidente ma ad ogni singolo componente dell’umanità. Ed infatti, lo stesso concetto di logos implica universalità che è bene ribadire in un mondo sempre meno “kosmos” (l’ordinato, letteralmente) ma in trasformazione, la quale disorienta tutti, scardina verità o assunte come tali. Noi siamo non solo viaggio ma anche barca e passeggero, vento e vela legati al mare, ci ricorda l’Autrice di tale silloge complessa ed articolata, Federica Bonzi.

Se la vita è scandita dallo scorrere del tempo, genera, nel suo evolversi, un concatenamento di avvenimenti, tutti essenziali nella loro peculiarità ma il Tempo che ci divora così – come Krono o Saturno faceva con i figli -, ci isola, genera angoscia e ci costringe a riflettere sull’Esser-ci, parafrasando Heidegger senza peraltro condividerne soluzioni e prospettive.

Il divenire e il senso della vita sono, secondo chi scrive, i cardini di tale poetica espressa in AltoFragile. Il tempo è la negazione per antonomasia – per dirla con Aristotele – in quanto mutamento e in tale ogni cosa si distacca da se stessa, diviene altro. Da qui l’exis di fissare dei punti cardine, delle idee immutabili ed eterne, metafisiche; ma anche ciò è aleatorio in quanto nessuno sfugge alla forza incontrollabile del destino o meglio Moira che travolge ogni progetto e pianificazione dell’umano agire. Viene da sé che davanti a tale dramma, il tutto si sposta nel nostro mondo interiore. Davanti all’eterno ciclo, vivere, crescere, morire, cerchiamo in modo disperato il senso da dare al nostro “agere”. Ma davvero ha un senso la vita? Domanda tragica e problematica. Solo forse gli affetti compensano la nostra fragilità davanti a tali interrogativi: farsi quindi attraversare dall’inquietudine affinché sia cassa di risonanza di un appercepirsi vivi, con limiti e paure e pregi, consapevoli e lucidi d’ essere finiti, ma anima pulsante nel rivendicare nell’atto finale ineludibile, di lasciare indelebile un patrimonio d’affetti. Tale è indice e testimone dell’umana fierezza, pur essendo anime nude e fragili. Le due poesie che riporto danno il senso al lettore accorto di quanto sopra esplicitato.

Mi siedo

incrocio le ginocchia

divento loto

Chiudo gli occhi

respiro Ujjayi

il vittorioso di calma

Il naso

unico organo attento a sé

lo sento

Spirare, respirare, aspirare e via dicendo fino all’accezione che noi oggi diamo di spiritus legato ad anima, pneuma, Seel, soul, aiolos, anemos – che da atto fisiologico essenziale s’innalza oltre -. È il respiro che carezza il nostro corpo e con esso la mente. I flussi d’aria ritmati ci fan concentrare sulla parte più profonda di noi stessi, preparandoci ad un’ascesi – letteralmente esercizio, pratica – dalle preoccupazioni d’ogni dì, e in tale “salire” oltre il tutto e il nulla s’ammantano di essere che mai è dato – sarebbe ente altrimenti – ma luce e ricerca senza fine. Ma anche qua il Tempo è eterno ma in altro modo vinto: in quanto costellato da attimi.

Concedimi l’abbandono

la testa il naso

nello scavo dell’ascella

Abbandonati proprio qui

tra le dita

che ancora si sorprendono

Regalami il tuo riposo

Magnifica immagine della prima strofa, ricolma di tenerezza: come un’allodola si ripara al caldo del suo nido affinché si scaldi e si rilasci interamente, così l’Autrice. Tale “imago” è subito seguita dalla seconda o del lasciarsi andare alle cure amorevoli e la chiosa chiede, quasi religiosamente, l’abbandono…

Fotogrammi d’istanti magici e intensi ma tutta la silloge ne è permeata, risentendo molto della lezione non solo foscoliana ma anche della lucidità amara quanto eroica del Leopardi con la sua fede nell’uomo in una prospettiva materialista, reale, concreta come l’uomo che vive su tale terra lo è: bisogni, esigenze…. E un proiettarsi “oltre” per essere sempre sé, forse il senso autentico del vivere, sfidando a testa alta il tempo

Autore: Enrico Marco Cipollini



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Updated: 13 Marzo 2016 — 19:08
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