Sendler Irena

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Irena Sendler

Un albero nel giardino dei giusti tra le nazioni

Fonte: Wikimedia Commons

Fonte: Wikimedia Commons

Irena Sendler (1910 – 2008) è una “Giusta tra le nazioni”. Assistente sociale polacca, durante la seconda guerra mondiale si è impegnata nella Resistenza. Viene ricordata per avere salvato, insieme ad una ventina di altri membri della Resistenza polacca, circa 2.500 bambini ebrei, facendoli uscire di nascosto dal Ghetto di Varsavia, fornendo falsi documenti e trovando loro rifugio in case al di fuori del Ghetto.

La famiglia e la formazione

Nata a Varsavia il 15 febbraio 1910, il suo cognome da nubile era Krzyzanowska e proveniva da una famiglia polacca della periferia operaia di Varsavia, di orientamento politico socialista e di mentalità aperta. Trascorse la sua infanzia a Otwock; fin da piccola frequentò coetanei di origine ebrea, e a 5 anni era in grado di parlare yddish. Dopo la morte del padre, nel febbraio del 1917, si trasferì con la madre a Varsavia.

Il padre, Stanislaw Krzyzanowski, era medico, e fra i suoi pazienti vi erano parecchi ebrei poveri di cui si prendeva cura gratuitamente; purtroppo morì di tifo, avendo contratto la malattia mentre assisteva malati che altri suoi colleghi si erano rifiutati di curare. Dopo la sua morte, i responsabili della comunità ebraica di Varsavia offrirono un sussidio alla famiglia come segno di riconoscenza, pagando così gli studi di Irena.

Pur essendo di confessione cattolica, la ragazza sperimentò fin dall’adolescenza una profonda vicinanza ed empatia con il mondo ebraico entrando nel movimento scout, poi durante gli anni universitari contrastò la discriminazione degli studenti ebrei: la sua opposizione alla ghettizzazione degli studenti ebrei le costò la sospensione dall’Università di Varsavia per tre anni. Fece parte dell’Associazione della Gioventù Polacca Democratica e del Partito Socialista Polacco.

Terminati gli studi, cominciò a lavorare come assistente sociale nelle città di Otwock e Tarczyn.

Il suo impegno durante la Seconda Guerra Mondiale

Tornata a Varsavia, già da quando i nazisti occuparono la Polonia (nel 1939) cominciò a lavorare per salvare gli Ebrei dalla persecuzione: con altri collaboratori, riuscì a procurare circa 3.000 falsi passaporti per aiutare famiglie ebraiche e a reclutare famiglie ed istituti per ospitare in incognito bambini ebrei. A lei erano chiare già da allora le conseguenze delle politiche razziali della Germania di Hitler.

Quando scoppiò la Seconda Guerra mondiale Irena aveva 29 anni e lavorava come assistente sociale per l’Amministrazione comunale, dove, con il supporto del direttore del dipartimento (che per questo verrà deportato ad Auschwitz), soccorse gli ebrei oggetto di ogni tipo di discriminazione da parte dell’autorità nazista occupante.

Nell’autunno del 1940, a Varsavia, venne recintato il Ghetto e quasi 400.000 ebrei furono trasferiti al suo interno in condizioni igieniche precarie, aggravate dalla mancanza di cibo e medicine: si moltiplicarono le epidemie e il tasso di mortalità divenne altissimo.

Nel 1942 nacque l’organizzazione segreta “Consiglio per l’aiuto agli ebrei” più noto con lo pseudonimo “Zegota” e Irena ne diventò subito una delle principali attiviste come responsabile del dipartimento infantile, con il nome in codice di ‘Jolanta’. La resistenza polacca aveva al suo interno dissidi fra la componente nazionalista- cattolica e la componente comunista, contrasti che a volte si ripercuotevano anche nelle fasi decisionali. Il Zegota incaricò la donna delle operazioni di salvataggio dei bambini ebrei del Ghetto. C’era la necessità di reclutare fidate famiglie per i bambini, si dovevano procurare documenti falsi e soprattutto, si doveva organizzare l’evasione dei bambini dal Ghetto.

Come dipendente dei servizi sociali della municipalità, la Sendler ottenne un permesso speciale, un lasciapassare, per entrare nel Ghetto di Varsavia in quanto operatrice ufficiale del Dipartimento contro le malattie contagiose, alla ricerca di eventuali sintomi di tifo (i Tedeschi, infatti, temevano che una epidemia di tifo potesse diffondersi anche al di fuori del Ghetto stesso). Ufficialmente Irena entrava per la disinfestazione, in realtà organizzava una rete di soccorso procurando cibo, generi di conforto, vestiti. La sua libertà di muoversi dentro le mura le permetteva di convincere i genitori dei bambini a farli uscire dalla prigionia del Ghetto e a farli vivere presso istituti religiosi e famiglie amiche con una nuova identità. L’obiettivo era di evitare perlomeno ai bambini gli stenti del Ghetto e di ricongiungerli con i loro genitori in futuro, una volta superato quel difficile periodo.

Alla decisione dei tedeschi di liquidare il Ghetto, assieme ad altri membri della Resistenza iniziò ad organizzare il trasferimento dei bambini: i più piccoli vennero portati fuori dal Ghetto dentro ambulanze o altri veicoli. Spesso i piccoli venivano addormentati con sonniferi e rinchiusi in un sacco o in una cassa per passare nella parte ariana, facendo credere agli uomini della Gestapo che si trattava di morti per tifo. Altri metodi e stratagemmi furono escogitati e messi in opera: alcuni bambini venivano nascosti dentro le ambulanze che uscivano dal Ghetto insieme a Irena Sendler; lei stessa li nascondeva in borsoni e valigie (non veniva perquisita a fondo in quanto si sapeva che lavorava a contatto con malattie contagiose); si utilizzavano cunicoli segreti e le possibilità che offriva il grande Palazzo di Giustizia, che era situato come un’enclave nel mezzo del Ghetto di Varsavia.

In altre circostanze, Irena si spacciò per un tecnico di condutture idrauliche e fognature, ed entrando nel ghetto con un furgone riuscì a portare fuori alcuni neonati nascondendoli nel fondo di una cassa per attrezzi, o alcuni bambini più grandi, chiusi in un sacco di juta. Nel retro del camion teneva anche un cane addestrato ad abbaiare quando i soldati nazisti si avvicinavano: i soldati temevano il cane, e il suo latrato copriva il pianto dei bambini.

Dopo l’uscita dal Ghetto i bambini venivano raccolti in centri di assistenza, dove imparavano ad adattarsi al nuovo ambiente, e poi assegnati a famiglie, orfanotrofi o conventi: la Sendler forniva ai bambini dei falsi documenti con nomi cristiani e li portava nella campagna, dove li affidava a famiglie cristiane, oppure in alcuni conventi cattolici come quello delle Piccole Ancelle dell’Immacolata a Turkowice e Chotomów. Altri bambini vennero affidati direttamente a preti cattolici che li nascondevano nelle case canoniche.

I circa 1000 bambini fatti scappare dal Ghetto con queste modalità si sommano ad altri circa 1500 ai quali era stata cambiata l’identità prima che gli ebrei fossero definitivamente rinchiusi nel Ghetto. L’adozione di nuove identità erano necessarie per celare i nomi ebrei dei bambini e anche per evitare ripercussioni sui loro parenti qualora fossero stati scoperti.

Irena Sendler scriveva, aggiornava e manteneva le liste su carta velina, dove annotava i nomi veri dei bambini accanto a quelli nuovi. Sapendo di dover proteggere queste liste dalla scoperta da parte dei nazisti, e al fine di poterle utilizzare successivamente per il ricongiungimento dei bambini ai propri genitori a guerra conclusa, le pose dentro bottiglie e vasetti vuoti di marmellata e li sotterrò sotto un albero di melo in un giardino di conoscenti a Varsavia. La vita futura di questi bambini, la speranza di poterli un giorno riconsegnare ai loro genitori era legata a queste liste nascoste nei vasetti.

Il 20 ottobre 1943 la Sendler venne arrestata dalla Gestapo: per farla parlare per tre mesi fu sottoposta a pesanti e brutali torture, ma non rivelò la propria attività. Le vennero spezzate le gambe tanto da rimanere claudicante per tutta la vita e bisognosa del bastone per camminare. La portata dei suoi «crimini» venne scoperta soltanto in parte dai suoi aguzzini.

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