Galileo Galilei

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L’odissea di Galilei ( 1564 – 1642 )

Paradossalmente esistono teorie che quotidianamente usiamo o prendiamo già come scontate quali l’applicazione della Matematica alla Fisica o il moto rotatorio della Terra attorno al Sole. Invece nel pensiero umano si sono spremuti i migliori ingegni per convalidare queste tesi e risolverle dal punto di vista teoretico. Il filosofo, matematico, astronomo pisano Galilei è uno di questi ingegni e magari usiamo il suo pensiero durante le nostre attività, senza neppure accorgerci delle difficoltà teoretiche cui si va incontro.

Fonte: Wikipedia Commons

Fonte: Wikipedia Commons

Lungi dall’esporre analiticamente il pensiero del grande pisano o di enumerare le sue scoperte e costruzioni, mi proporrò di centrare quei punti cardine del suo pensiero sempre inscindibilmente legato alla vita pratica.

Galilei nacque nel 1564 a Pisa (l’anno in cui si spense Michelangelo) da famiglia fiorentina. Frequentò la facoltà di Medicina di codesto Ateneo ma senza successo poiché portato alle “scienze esatte e fisiche“. Abbandonò poi Pisa, già nota per il suo noto rigore relativo agli studi fisici, per studiare Matematica a Firenze.

Già ventisettenne, ottenne un posto di lettore all’università pisana. È l’epoca in cui la morte del padre, Vincenzio, valido musicologo, lo costrinse a sostenere le spese di mantenimento della famiglia. Questa contava, oltre la madre, ben quattro fratelli tra cui Virginia che all’epoca stava per sposarsi e reclamava la dote; ugualmente il fratello Michelangelo, per attendere agli studi di musica, abbisognava di sussidi; ma Galileo si trovava nelle più difficili condizioni economiche. Passò quindi all’università padovana dove ebbe, oltreché un miglior stipendio, una maggior libertà di pensiero.

Dopo 18 anni, ritornò a Pisa come Matematico e Filosofo al servizio del Granduca di Toscana. Ma la sua “odissea “ è ben lungi dal finire. Nel 1616 si chiuse un lungo processo consumato dal Tribunale del Sant’Uffizio a Roma, con l’esplicita condanna di Galileo di non professare la teoria copernicana.

Nel 1623 Galileo pubblcò Il Saggiatore contro gli accademici del tempo ed in particolare contro il gesuita Orazio Grassi.

Per il Dialogo sopra i due massimi sistemi del Mondo, Galilei subì un secondo processo che si concluse con la famosa abiura del 21 Aprile 1633, pronunciata nel convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva.

In ginocchio e con la mano sopra il Vangelo, suonano le amare parole: «La proposizione che il Sole sia al centro del Mondo e immobile, è assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica per essere contraria alla Santa Scrittura…. io abiuro e maledisco sinceramente gli errori e le eresie suddette…..».

Negli ultimi anni della sua vita, ormai cieco e sofferente per la morte della figlia, suor Maria Celeste, sarà costretto a vivere in segregazione ad Arcetri, località sopra Firenze. Ma proprio lì scriverà un’opera di capitale importanza, Il Dialogo Intorno alle Scienze Nuove, pubblicato in Olanda nel 1638.

Galilei si può affermare che sia stato il continuatore e il genio più possente del Rinascimento, sostenendo l’autonomia della Scienza dalle questioni bibliche e teologiche. E ciò non lo sostenne ex cathedra, ma lo dimostrò l’atteggiamento con il quale affrontò la sua battaglia.

Convinto che la reale interpretazione dei Sacri Testi non sia in antitesi con la Scienza, e come dice giustamente il Geymonat1 : “ Ecco dunque delinearsi, nell’animo di Galilei, l’ambizioso programma di evitare l’irrigidimento della Chiesa in una posizione scientificamente sbagliata…”.

1. Ludovico Geymonat , Storia del pensiero filosofico e scientifico , Milano 1970 / 76 – 2° volume p. 200.

Alla fine, Galileo pensava che la forza delle argomentazioni avrebbe ottenuto il sopravvento, e la Scienza avrebbe trovato nella potenza della Chiesa, non un ostacolo, ma un appoggio al proprio sviluppo. E con questo stato d’animo, si recò a difendere davanti al Sant’Uffizio le proprie tesi.

Eppure similmente ad altri scienziati del suo secolo (come Descartes), poteva tenersi per sé la convinzione personale della validità della tesi copernicana. Bellarmino, influente e potente cardinale, lo aveva sconsigliato di rendere pubblica la sua teoria, ma già le scoperte annunciate nel Sidereus Nuncius (Venezia, 12 Marzo 1610), la sua autorità scientifica, il suo spirito rinascimentale, non potevano venire ad alcun compromesso e soprattutto con le remore aristoteliche che frenavano la ricerca scientifica.

«Aristotele», disse Galilei «fu un uomo, vedde con gli occhi, ascoltò con gli orecchi, discorse con il cervello. Io sono un uomo, veggo con gli ochhi e assai più che non vedde lui: quanto al discorrere, credo che discorresse intorno a più cose di me; ma se più o meglio intorno a quelle che abbiamo discorso ambedue lo mostreranno le nostre ragioni e non le nostre autorità».

Il discorso sul “principio di autorità“ è ben preciso: Galileo dice le nostre ragioni e non le nostre autorità. Aristotele aveva basato aprioristicamente il sistema cosmico facendolo combaciare con la sua teoria filosofica, aveva accentuato con la teoria del Motore Immobile, il carattere finalistico dell’antica cosmologia. I seguaci di Aristotele si erano dimostrati infine al di sotto del loro maestro, subordinando la sperimentazione alla logica astratta.

Ben si può dire che Galileo ha rispettato il pensiero di Aristotele, subordinando l’aprioristico all’indagine scientifica, all’esperienza.

Con la stessa foga Egli difende la teoria copernicana contro le concezioni ad litteram (alla lettera) della Sacra Scrittura (Lettere Copernicane inviate a Benedetto Castelli, lettore di Matematica a Pisa; a Monsignor Dini e a Cristina di Lorena, Granduchessa di Toscana) quali l’antropomorfismo, l’interpretazione biblica del “fermati o Sole”, la differenza tra Linguaggio Scientifico e Biblico.

Scienza e Fede non sono in contrasto, ma è necessario liberare la Natura dalla subordinazione di un rozzo finalismo, per avere una visione più ampia della realtà naturale, senza volerla sottomettere agli umori variabili degli uomini. La Scienza della Natura non può permettere questa gretta interpretazione e ciò significa darle autonomia dal pensiero religioso che può vedere la finalità della vita umana, ma ciò – ribadì Galileo – non può implicare una partecipazione attiva della Scienza. Questa, basandosi su dati sperimentabili, non può dare nessun giudizio positivo o negativo sulla moralità umana.

Nell’opera Il dialogo sopra i massimi sistemi manifesta apertamente la simpatia per i sostenitori di Copernico (l’astronomo polacco). I protagonisti sono Salviati, colui che saggiamente dirige il dialogo (e si può identificare con l’autore), Sagredo, che lo sostiene e ridicolizza Simplicio, ovvero il paladino della tradizione aristotelica. E nel Dialogo assistiamo alla demolizione della teoria tolemaica (il Sole che girerebbe attorno al nostro pianeta) e alla dimostrazione della teoria copernicana. Ciò non implica che Galilei neghi Dio, tutt’altro! La Natura è come la sacra scrittura, opera di Dio. Ma mentre la scrittura si volge al sovrannaturale, al metafisico per raggiungere la salvezza dell’anima, la Natura è invece il campo nel quale opera l’intelletto, il senso e il discorso.

Quindi tra “religione” e “natura” non esiste abisso ma, solamente, diversità d’indagine, di modo di interpretare. La Filosofia è scritta nell’universo e per conoscere, per chiarificare bisogna studiarla con la Matematica perché questa è l’alfabeto del mondo (tipico platonismo di cui risente quando afferma che il mondo è scritto in caratteri geometrici e matematici – Sidereus Nuncius – . Con ciò non si vuol affermare che Galilei fosse un neoplatonico ma che tale corrente era ben viva). Il primato della teologia non è dovuto al presupposto che sia “la regina delle scienze” ma perché porta alla salvezza spirituale.

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Updated: 25 Marzo 2016 — 12:39