Kant Immanuel (La sua filosofia)

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Kant Immanuel

La filosofia di Kant

Si definisce “il periodo precritico” quando Kant era ancora legato alla filosofia di Wolff e alla stesura di opere scientifiche quali:

– Delle forze (1747);

– Storia naturale generale e teoria dei cieli, ampliata dal grande Pierre Simone de Laplace nel 1796;

Sogni di un visionario chiariti con i sogni della Metafisica, 1766, un suo saggio contro un teologo svedese che pretendeva di possedere visioni spiritiche. Opera importante quest’ultima in quanto si comincia a delineare in Kant una metafisica volta a determinare i limiti della ragione umana che intraprenderà nella Critica della Ragion pura.

Critica della ragion pura

La critica della ragion pura è così composta:

La prima parte tratta dell‘Estetica trascendentale come scienza del tempo e dello spazio (da aisthesis). La seconda parte tratta la Logica trascendentale che a sua volta si biforca in Analitica e Dialettica Trascendentali. Nella Analitica si delineano chiaramente le funzioni dell’intelletto e il suo modo d’operare, mentre nella Dialettica vi è una dimostrazione sugli errori intercorsi alla pretesa della mente di dimostrare l’esistenza di Dio o negarla. L’ultima parte dell’opera è la Dottrina trascendentale del metodo dove spiega le sue intenzioni, applicando il suo sistema a discipline diverse (sono i canoni o regole contenuti in tal parte).

Kant rimprovera subito al suo maestro Wolff di non aver esaminato la mente, “organo che fa filosofia”. Solo da qui si può partire per far della solida filosofia. Solo giudicando con criticismo, dal verbo greco krino (io giudico), e solo analizzando la ragione si può giungere ad una conoscenza salda.

Nessun filosofo aveva dato una spiegazione soddisfacente tra Spirito e Materia (l’antico problema psyche e soma): solo lo scetticismo di Hume – parole di Kant – lo aveva svegliato dal suo sonno dogmatico.

Ci sono, per Kant, i giudizi analitici e sintetici.

I primi sono tipici dei razionalisti, i secondi degli empiristi.

I giudizi analitici si basano su identità e non contraddizione (A=A e se A=A non è B ). Tale giudizio chiarifica ma non estende il sapere. Ad esempio: il triangolo ha tre angoli. Essi sono a priori ed universali, ma analizzano, chiarificano e basta.

Il giudizio sintetico invece estende il sapere dell’enunciato, ad esempio: alcuni corpi sono pesanti; ma non è universale perché sono “definizioni” che hanno sempre bisogno dell’esperienza per esser verificati. Sono detti quindi “a posteriori”.

Sono possibili allora dei giudizi universali e sintetici? si chiede il filosofo prussiano. La sua risposta è sì e si paragona a Copernico, nella prefazione alla seconda edizione della Critica, in quanto così la mente non è pura passività ma organo funzionante che ordina il mondo, la natura, ove vige il chaos.

5+7=12 significa che né il 5 né il 7 contengono il 12 ma il 12 nel frattempo non è 5 né 7 ma estende il sapere valido per tutti, quindi tale è un giudizio universale, sintetico, a priori.

Il trascendentale

Il vocabolo trascendentale deriva dal latino trascendere, che significa letteralmente “innalzarsi oltre” (trans =“oltre”, “al di là”; scandere = “salire”, “innalzarsi”). La stessa etimologia ha il termine trascendente, che indica ogni realtà che si pone “al di là” della sfera empirica, vale a dire la realtà soprasensibile. Ben diverso è il significato di trascendentale nella filosofia kantiana: il termine indica qui infatti non una realtà soprasensibile, ma gli elementi della nostra attività conoscitiva che non dipendono dall’esperienza (le forme a priori). «Trascendentale – scrive Kant – non significa qualcosa che oltrepassa ogni esperienza, bensì qualcosa che certo la precede (a priori), ma non è determinato a nulla più che a render possibile la conoscenza dell’esperienza».

L’intelletto supera i sensi ma non può superare la propria mente in quanto umana penserà sempre cose umane. Essa è legata ai giudizi sintetici a priori: ordina la natura ove vige il chaos, supera i sensi ma non se stessa.

Noi imponiamo alla natura le leggi che la ragione o meglio l’intelletto crea e non viceversa, concetto definito rivoluzione copernicana attuata da Kant.

Il significato di estetica

Estetica, rileva giustamente Kant, deriva dal greco aisthesis e vuol dire sensazione, sentimento. Ma il filosofo di Könisberg usa la parola estetica nel senso di intuizione perché l’estetica tratta dello Spazio e del Tempo. Quindi l’estetica trascendentale è la scienza dello Spazio e del Tempo in quanto forme a priori della nostra mente. Spazio o forma dei sensi esterni, Tempo o forma del senso interno. Entrambe le entità daranno luogo a due scienze: lo Spazio alla Geometria, il Tempo alla Matematica (rigorosamente euclidee in Lui). Esse non hanno bisogno dell’esperienza in quanto intuizioni pure.

Kant poi distingue Intelletto da Ragione. L’Intelletto è il modo con cui l’uomo ordina il mondo tramite le forme a priori, cioè connaturate nella mente stessa ma che non possono trascenderla. Suo compito è unificare i dati che si presentano a noi poiché la Natura è un molteplice manifestarsi. L’intelletto ha in definitiva il compito di ordinare quindi tutto tramite leggi a priori, tramite le Categorie che non sono altro che leggi proprie dell’Intelletto.

Aristotele usava il termine Categoria da Katégorein (affermare), ed erano il massimo grado di astrazione logica. Da astrazione ad astrazione ci si eleva a concetti sempre più universali, mentre per Kant le Categorie sono modi di funzionare dell’intelletto. Esse sono 12: unità, pluralità, totalità, realtà, negazione, limitazione, sostanza, causa, reciprocità, possibilità, esistenza e necessità.

Ma tutte queste categorie non comportano una frammentazione dell’Intelletto? per evitare che avvenga tale scissione Kant introduce una Unità Suprema che sintetizza tutto. Tale unità è detta Io penso o Appercezione Trascendentale dove l’io rimane sempre cosciente di se stesso.

Kant la chiama anche appercezione pura per distinguerla da quella empirica.

L’io penso

L’io penso è una coscienza che supera ogni individualità, una coscienza universale. L’io è il legislatore del mondo empirico. L’Intelletto ci può dare solo conoscenza fenomenica mentre la Ragione tende a giungere all’essenza delle cose con pretese che la fanno cadere in errori di cui Kant tratta nella «Dialettica trascendentale». La Ragione (sottolineo, diversa dall’Intelletto) cade in errori proprio perché tenta di trovare soluzioni trascendenti mentre le regole sono trascendentali. Kant si prefigge di operare un’analisi critica per mettere in luce i sofismi della Ragione, come il confondere l’unità formale dell’io in anima.

Le critiche alla psicologia razionale o studio dell’anima

La Ragione usa l’anima, una pseudo entità come fosse una sostanza. La Ragione usa categorie dell’Intelletto impropriamente, non considerandole come trascendentali ma come trascendenti.

Per Kant Dialettica è sinonimo di sofismo o avventure sbagliate della ragione.

L’intelletto può mirare solo al mondo dei fenomeni mentre la ragione pretende, pur essendo trascendentale, di guardare al trascendente.

Ricapitolando, Kant ha dimostrato con chiarezza inequivocabile che l’Intelletto ordina il mondo ma non può superare l’esperienza, onde si propone nella Morale di dar adito alle ragioni non propriamente conoscitive, teoretiche, ma etiche, perché il mondo del “noumeno” o pensabile resta problematico e irrisolto dall’intelletto prettamente razionale.

Nella Fondazione della Metafisica dei Costumi (1785), ci dice chiaramente che nessun principio utilitaristico ed edonistico può fondare la nostra azione morale.

Nella Critica della Ragion Pratica del 1788, riprende la Dottrina del metodo, proprio per legare l’attività morale o pratica (è la stessa cosa), con la ragion conoscitiva, perché tutto ciò che è impossibile dimostrare con le forme rigorose dell’intelletto (dalla Libertà a Dio) deve esser considerato come enunciato d’azione morale.

Quindi c’è unità tra la Critica Teoretica e la Ragion Morale. Ma perché non è possibile fondare la morale sull’utilitarismo? proprio perché ogni cosa che torna utile al singolo esula dal rigore morale che deve esser universale. Se la morale deve esser rigorosa, deve esser da noi voluta. In tal caso è a priori perché non influenzata dal nostro rendiconto.

Deve rispondere all’imperativo categorico, universale, apodittico del Tu devi.

Non esiste solamente il Tu devi nel nostro agire. Esso si basa anche su altri imperativi detti però ipotetici che non fanno la vera Morale ma sono propri di altre morali quali edonistiche, utilitaristiche, eudemonistiche.

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