Complesso di Atlante

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Complesso di Atlante

Elvia, primogenita di quattro figli, ha 37 anni e fa l’assistente sociale. Sposata, un figlio piccolo, vive con perenne conflitto i ruoli di madre, figlia, moglie e sorella. I suoi genitori hanno costantemente bisogno di lei sia per problemi di salute sia perché non fanno che litigare.

Fin da piccola, Elvia ha fatto da mediatrice, da supporto e da “consolatrice” per loro e per i suoi fratelli. Comprensiva e disponibile, ha sempre vissuto i problemi altrui con ansia e senso di colpa, come se ne fosse lei la causa. Adesso si sente a pezzi, accusa sintomi psicosomatici, ha frequenti crisi di pianto e un’insostenibile tensione interna.

“Complesso di Atlante”: così alcuni autori definiscono questa sindrome da iper-responsabilizzazione. Nel mito, il gigante Atlante reggeva il mondo sulle sue spalle, così come la persona (Elvia in questo caso) che – fin da bambina – si trova costretta a farsi carico del benessere emotivo di tutta la famiglia.

Anche la scelta di una professione che consiste nell’aiutare gli altri (Elvia fa l’assistente sociale) si inserisce in questo quadro di personalità. Quando si è Atlante, lo si è in tutto e per tutto anche nel lavoro, perché si sviluppa una particolare sensibilità nel mettersi nei panni altrui.

Il complesso di Atlante nasce quando il bambino “genitorializzato” si adegua a questo copione di vita: quando papà e mamma stanno male, lui a sua volta soffre e si sente in colpa; ma se si accorge di essere in grado di alleviare il loro malessere, diventa (e si sente) indispensabile. Pensa che solo in questo modo potrà assicurarsi l’amore dei genitori e garantire l’unità della famiglia, che gli è necessaria per crescere. Un ruolo anche gratificante, ma che alla lunga diventa troppo faticoso e impegnativo.

Elvia, come tutti gli “atlanti”, crescendo si è accorta che portava sulle spalle i problemi e le responsabilità di tutti, la costringe a negarsi i normali piaceri della vita e, soprattutto, tra libertà di esistere in prima persona e di soddisfare le proprie necessità. Anche perché, analizzando attentamente la situazione, nota che è ripagata di questa sua fatica con un amore spesso “interessato” e utilitaristico, senza autentica reciprocità né attenzione per i suoi bisogni.

Come si fa a smettere i panni di Atlante? Elvia può far leva sul suo ruolo di moglie e madre, autentico punto di forza (non sempre, infatti, queste persone riescono a costruirsi una famiglia propria). Obiettivo terapeutico sarà quello di aiutarla a riappropriarsi del potere di scelta e di autoaffermazione, riequilibrando la sua vita affettiva e aiutandola ad affermare: “io sono madre di mio figlio, non dei miei genitori”.

Col sostegno della terapia potrà resistere ai ricatti morali (che senz’altro arriveranno) e trasformare i suoi sensi di colpa in “sana” rabbia per scrollarsi dalle spalle un peso che non vuole più portare.

Autrice: Dott.ssa Manuela D’Amore

Updated: 11 Ottobre 2016 — 9:16