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Vecchia ubriaca (scultura)

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VECCHIA UBRIACA (SCULTURA)

Fonte immagine: Wikimedia Commons

La Vecchia ubriaca è una scultura in marmo databile al 300-280 a.C. circa e conosciuta da copie romane, tra cui le migliori sono alla Gliptoteca di Monaco (h 92 cm) e ai Musei Capitolini di Roma.

Plinio citò in un passo una “vecchia ubriaca di Smirne”, attribuendola al famoso Mirone, artista del V secolo a.C., ma una cronologia del genere appare impensabile, perché lo stile dell’opera è ellenistico, mentre Mirone visse molti anni prima. Plausibile che vi fu un errore dei copisti latini che scambiarono il nome attribuito alla vecchia, “Maronide”, con quello del noto scultore “Myronis”, traducendo il passo quindi come la vecchia “di Mirone”.

Soggetto della scultura è quindi Maronide, un’anziana donna ubriaca, che tiene tra le braccia un otre di vino, distesa a terra con il busto alzato e la testa riversa all’indietro. Il volto rugoso, disperato e quasi grottesco, è caratterizzato dalla bocca aperta e dallo sguardo perso nel vuoto, a causa dei fumi dell’alcol.

La scrupolosità dei particolari e l’aderenza della composizione alla realtà fanno dell’opera scultorea uno degli esempi più riusciti del realismo che permea la scultura dell’età ellenistica, attenta per la prima volta nel mondo greco alla resa di sentimenti personali, quali il dolore e lo sconforto.

In questa statua, si vede un ulteriore aspetto dell’ellenismo, in particolare quello alessandrino: il gusto per la rappresentazione del tipico, preso dalla vita reale di tutti i giorni, senza paura di arrivare, come in questo caso, al grottesco.

In pratica, da questa statua, se confrontata con le statue di atleti dal fisico perfetto che troviamo nel periodo classico, possiamo misurare tutta la distanza che ormai separa la cultura artistica ellenistica da quella greca. Nell’arte greca classica, la rappresentazione è sempre di un ideale di bellezza che apparisse come forma universale. Nell’arte ellenistica, viceversa, la rappresentazione non tende all’universale ma al particolare. E questo appare più congenito proprio alla cultura alessandrina, dove la molteplicità non poteva essere ridotta ad unità, pure se quest’ultima tendeva alla perfezione.

Inutile dire che, nel particolare, trova spazio anche la bruttezza, che, a differenza della bellezza, non è mai universale. E così, dai giovani e vigorosi atleti del periodo classico, si è giunti ora alle persone vecchie e brutte: sicuramente meno ideali ma più riconoscibili nella realtà tangibile che ci circonda.

Fonti: http://www.francescomorante.it/  —  Wikipedia 

Updated: 22 Febbraio 2017 — 9:42
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