Apartitico e Apolitico

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APARTITICO E APOLITICO

Esiste una confusione linguistica che rispecchia la crisi dell’uomo contemporaneo. Prendiamo due termini quali “apartitico” ed “apolitico”. 

Il primo designa la non appartenenza -alfa privativo- ad un partito o fazione con una determinata ideologia o tendenza meglio (progressisti, moderati, conservatori, oggi designati con i termini obsoleti di sinistra, centro o destra).

L’iscrizione o adesione ad un partito comporta l’obbedienza alle sue linee programmatiche, alla sua “ filosofia”, chi non aderisce viene definito eretico, dissidente e via dicendo, aggirando la definizione propria:“libero”; quella libertas philosophandi di spinoziana memoria, la quale non è altro che la salvaguardia del pensiero come espressione della autonomia di decidere e pensare senza vincoli precostituiti, dogmatici.

Apartitico, si noti bene, non significa “apolitico”, sempre alpha privativo.

Anche se si usa definire una “persona apolitica” colui che si disinteressa al mondo politico così com’è nella realtà o come ce lo presentano i massmedia, dal punto di vista filosofico, nessuno, neanche la coscienza infelice di Hegel, può dirsi apolitica ovvero non facente parte o contribuire in maniera più o meno esplicita alla polis o stato o “societas”. Anche l’anacoreta, con il suo allontanamento dalla società, esprime il suo dissenso verso la societas stessa.

Ogni uomo, coscientemente o meno, è inserito in una determinata epoca, in un determinato contesto storico-sociale.

E’ tipico dell’essere umano non solo essere uno “zoon politikon” aristotelico o animale sociale ma il suo si forma solo con l’incontro dell’altro; si vedano, a tal proposito, l’austriaco Kohut -psicologia del sé- che rivede la dottrina di Freud che non usa come determinate il sé (lo ignora!) o in psicologia sociale Mead o, ancora, Vygotsky, un grande dimenticato, per il quale il “sé “ non è solo relazione ma agente del cambiamento.

Pertanto pensare l’uomo come corpo estraneo al vivere sociale o politico è semplice scempiaggine o inganno subdolo: l’uomo non solo è sociale ma si forma con il sociale onde non può essere che politico in senso suddetto.

Anche la scuola, che si pensa neutra, in realtà, tramite i programmi scolastici, detta una linea politica.

E’ stato il fondatore della politica come scienza, Th. Hobbes, cui gli sono debitori sia Locke che il “ nostalgico” Rousseau o Kant, ad affermare -cfr. il De Cive o il Leviathan- a contraddire Aristotele e il suo “zoon politikon”, presupponendo uno stato di natura (anche il grande filosofo inglese che per primo ha formulato con acutezza la teoria del potere, sa benissimo che lo stato di natura è solo un espediente per la formulazione della teoria politica) ove vige il “bellum omnium contra omnes” -guerra di tutti contro tutti- quindi giustifica lo stato assoluto come garante della incolumità della vita di ciascun cittadino, un patto tra civis e monarca (ritorniamo quindi al cittadino come facente parte,tramite leggi e alienazione dei suoi diritti naturali, inserito in una società).

Come ben si vede l’uomo è sempre “ politico” ma può decidere se aderire ad un partito o meno. Apolitico è un termine errato e spesso deleterio mentre l’essere “apartitico “ è una sua scelta.

Autore: Prof. Enrico Marco Cipollini

Updated: 4 Ottobre 2017 — 20:25