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Giocando a dadi con la luna

Giocando a dadi con la luna – Un libro di Anna Maria Lombardi, recensione a cura del Prof. Enrico Marco Cipollini

Recensire non è riassumere; tale frase non è ovvia né quanto meno banale, semmai si tratta di enucleare i motivi salienti di chi scrive che possono anche non combaciare con quelli dell’autrice o degli altri recensori o lettori.

Il libro – in breve – di chi è? Di chi lo legge e lo interpreta con la propria sensibilità, col proprio retroterra culturale. Poesia è un sentire: senza tale verbo “magico” non si darebbe nessuna forma d’arte. Da qui la differenza sostanziale del “saggio” dall’ arte poetica : essa dice ma non deve nulla dimostrare o confutare ma “prenderci”, nel senso forte del termine: catturarci, abbracciare il nostro intimo (cum-prehendere).

Nel suo Giocando a dadi con la luna (Oceano edizioni, Bari, 2018), Anna Maria Lombardi tenta una ricognizione lirica del suo in un mondo davvero involgarito. E’, il suo, un reclinarsi e vedersi, auscultare il suo profondo “intus”, trovando -nonostante tutto- la forza universale, unico vero miracolo che è amare:

Non ho smesso d’amare” -dice- “neppure quando la bruma/copriva il cielo e m’avvolgeva” e più avanti “avverte il dolore che lacera, che graffia” e da tale travaglio nasce l’energia di “partorirsi di nuovo”.

Ogni volta “incipit vita nova”, sebbene s’avverta la dolce malinconia, il dolore del ritorno (quel viaggio che porta con sé l’indicibile; per nulla i Greci nominavano tale viaggio di ritorno –nostos– non disgiunto da algos-dolore).

Noi torniamo ai nostri sogni, alla nostra infanzia: ci vediamo tra i nostri affetti perduti come i verdi campi in cui correva libero il nostro animo, spaziava oltre l’azzurrità ai mortali concessa. Era spensieratezza che ci carezzava i nostri capelli sbaruffati dal vento: c’era ad attenderci un sicuro porto, i genitori, la figura materna. Ora, non sono più zefiri sereni tali soffi vitali, bensì tempeste.

L’animo bambino, la sua ricerca, il risvegliarlo con tutto ciò che comporta , è una nostra esigenza, una nostra necessità, ci dice Anna Maria, però è ben conscia che si muta continuamente e bisogna, per vivere dignitosamente e non uccidere i sogni, ri-suscitare -“tra abissi e luce”- la parte incontaminata che è in noi: vivere sì ma in modo autentico, nevvero acquisire la nostra parte ludica, vedere e sentire -nonostante tutto- gli aromi, i profumi che ancora sono in noi e reclamano una vita degna.

Forse l’eden non è ritornare nel grembo materno? ove differenziato e indifferenziato, omogeneo e disomogeneo, spariscono, diventando Uno? Quell’aspirazione all’unicità che già troviamo nel pensiero greco antico e accentuato in Platone e in Plotino?

Un dissolvere le nostre ansie nell’estaticità del bello e buono (concetti che nei Greci mai sono scissi) ove tutto si ricompone nel Summum Bonum, dissolvendosi ogni cono d’ombra che è volgarità, sopraffazione: il male, in nuce.

Le mie sono solo delle considerazioni, delle riflessioni che ho avuto nell’immergermi in tal ultima opera lirica di Anna Maria Lombardi; non hanno pertanto nessuna pretesa di esaustività o di chiave di lettura.

Ad Majora.

Autore: Prof. Enrico Marco Cipollini

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