Natale

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SUL NATALE

Il nome deriva dall’abbreviazione “diem Natalem Christi”, però sappiamo che per due secoli dell’èra cristica, i cristiani non lo festeggiavano. Fu Clemente Alessandrino a citare due indirizzi di pensiero: per un gruppo la nascita di Gesù risalirebbe il 28 di agosto, per altri il 20 di maggio.

Le fonti di Matteo e Luca non danno nessun riferimento cronologico del giorno di nascita ma “ci informano” riguardo il periodo in cui Cristo sarebbe nato, vale a dire durante il regno di Erode il grande (tra il 37 e il 4 a.C.). Solo dopo, la Chiesa romana decise di cristianizzare la festa del solstizio invernale cui erano legati non solo i romani bensì tanti popoli dell’impero. Tale festa si esplicava in culti pagani che si tenevano in pompa magna dal 17 al 21 di dicembre (Saturnali) ovvero legati al Sol Invictus (tale ha una triade e un battesimo con il sangue del toro, animale sacro agli dèi). Si celebrava anche la festa della Luce che cadeva il 25 dicembre, e – legato al Sol Invictus – c’era anche il “divin fanciullo” o Dioniso (testimonianze lo sono le piante di alloro, edera e mirto che sono simboli della eterna gioventù di Dioniso).

Dioniso greco si lega al Mitra orientale, iraniano per l’esattezza, noto come Dioniso dei misteri: un “dio indoeuropeo” che diventa un’unica persona, o Sole o Luce la sera del 24 dicembre (Sol stat). Eterna giovinezza del Sole che muore e rinasce sempre, è il genitor luminis o lucis. Costantino che era fedele a Mitra pensò bene di legare la nascita di Gesù con quella antichissima del Sol Invictus, il cui culto era molto sentito. Solo con l’imperatore Giustiniano (527-565 d.C.) il Natale ufficialmente diventa il giorno della nascita di Gesù, legalmente in ogni angolo dell’impero d’Occidente. In fondo il Sole che vince le tenebre s’accordava bene con la nascita di Gesù, luce anch’egli che vince le tenebre del male.

Autore: Prof. Enrico Marco Cipollini

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ETNOLOGIA DEL NATALE

La ricorrenza di Natale è diventata un momento di intensa espressione collettiva, di potlach economico e di celebrazioni smodate; produce e riproduce una riattualizzazione ciclica di grandi figure che hanno lasciato un’impronta nella storia: si celebrano la carità, la solidarietà, la famiglia e l’infanzia, o almeno quell’idea di famiglia e d’infanzia che è nata in Europa come negli Stati Uniti circa a metà del secolo XIX. In quel periodo la compassione per i bambini poveri e vagabondi diventa una costante dell’arte, della letteratura, della mentalità collettiva e perciò un motivo costante e dominante dell’immaginario natalizio.

La festa di Natale costituisce una “invenzione della tradizione”, avendo un’origine ottocentesca, ma al tempo stesso è “universale” essendosi diffusa ben oltre i confini europei e nordamericani, sino agli Inuit della baia di Hudson o agli abitanti di Trinidad. L’attuale celebrazione è infatti un fenomeno sincretico, impasto di tradizioni e pratiche eterogenee, che ha saputo adattarsi ai simboli locali, amalgamandoli con i simboli anglo-americani, in primis con la figura dell’anziano barbuto e vestito di rosso, Babbo Natale appunto, uscito dalla penna di un creativo della Coca-Cola negli anni Trenta del secolo XX.

Mentre molte ricorrenze tendono a sparire, e per rimanere in stagione come la festa di Santa Lucia (13 dicembre), la festa della Befana o dei Re Magi (sei gennaio) e la festa di Sant’Antonio Abate (17 gennaio), il Natale sembra cannibalizzare tutte le ricorrenze invernali in calendario e rafforzarsi man mano che viene adottata e reinterpretata da altre culture. In quest’ottica Natale si presenta come un esempio privilegiato, che da modo di riflettere su quelli che talvolta sono sbrigativamente definiti gli effetti della globalizzazione o meglio delle interpretazioni locali di una festa globale, che sia fatta di stereotipi ormai universali e universalizzanti come le renne, la neve, l’albero, il ciccione vestito di rosso ridente e bianco barbuto.

I bambini si aspettano la neve alla Vigilia anche se vivono al Cairo, o di vedere le renne al pascolo anche se vivono alla periferia di Roma o di Milano. Sono loro, i bambini, a svelare a noi adulti che Babbo Natale è nudo, ossia è diventato un’icona, un logo, di un mondo fatto di slogan e di merci omologate. È difficile spiegarlo a dei bambini, ma a volte è difficile spiegarlo anche a se stessi, dunque…

Se in campo socio-antropologico pochi scienziati si sono occupati del fenomeno natalizio – con le famose eccezioni costituite dai saggi di Claude Levi-Strauss (Babbo Natale giustiziato (1952), Palermo 1995) e di Francois-Andrè Isambert (La fin de l’anno, Paris 1976) -, molti folkloristi, tra cui il noto demologo Arnold Van Gennep, si sono dedicati allo studio minuzioso delle feste dette “ciclo dei dodici giorni”, che vanno da Natale all’Epifania. Questo periodo dell’anno è sempre stato propizio alla comunicazione tra mondo dei vivi e mondo dei morti, un tempo “non tempo” pieno di pericoli per la mancanza di cesura fra mondo terreno e ultraterreno, che viene esorcizzato con cerimonie, riti apotropaici, magici, come l’accensione di candele, canti, feste, doni, soprattutto ai bambini, vicari dei morti nel mondo dei vivi.

La celebre festa di Halloween del resto ha questo significato: un varco nella maglia che separa morti e vivi, e in cui i bambini sono intermediari da omaggiare: dolcetto o scherzetto è un motto che ha significati ben più profondi di quelli che passa l’iconografia di Disney e compagnia. Ma del resto esistono feste mediterranee come «Is animeddas» in Sardegna e «dei Murticeddi» in Sicilia, il significato è chiaro, dove si blandiscono i propri morti con dolci, frutta secca e caramelle, che ricevono i bambini in questua tra i parenti o per le vie delle città e dei paesi.

Un saggio (Etnologia del Natale. Una festa paradossale) dell’antropologa francese Martyne Perrot, evergreen della casa editrice Eleuthera, esplora il ricchissimo repertorio della storia del Natale, dalle lontane origini pagane (Saturnali, culto del Sol Invictus ecc.) alla trasfigurazione della figura di San Nicola, destinato a diventare Santa Claus (in Italia Babbo Natale) affrontando alcune problematiche socio-culturali legate a particolari usanze sociali e simboliche.

Interessante è la ricerca sul terreno svolta dall’autrice tra alcune famiglie francesi su concezioni e pratiche natalizie contemporanee e l’analisi sull’attuale “spirito del dono”, per riprendere un’espressione di Jacques Godbout (Lo spirito del dono (ed.orig. 1992), Torino 1998), che domina il circuito dei regali natalizi, dove il consumismo e l’esigenza di esprimere e trasmettere potere, attraverso doni che siano anche status-symbol, si mescola all’esigenza di cementare l’unione familiare, rafforzandola anche attraverso doni, espressioni d’affetto, di cura parentale, di altruismo e generosità , simboliche e reali.

In tempo di crisi i regali si sono fatti più concreti, guardandomi intorno anche stamattina vedevo le persone fare spesa e spese con maggiore oculatezza e parsimonia. Un po’ per bisogno un po’, credo e spero, anche per scelta. Forse la crisi è anche l’opportunità di capire che gli oggetti di cui ci circondiamo non possono bastarci e non devono bastarci. Citando liberamente Ivan Illich “gli oggetti sono stampelle che sostengono uno storpio”. Sono altre che cose che ci servono nella vita, e quelle non si possono comprare. Mai.

Fonte: Articolo del sito Etnografia.it – Autrice: Alessandra Guidoni.


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