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L'Enciclopedia Artigiana del Pensiero

I Cinici

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I CINICI

Il primo indirizzo socratico non fu l’Accademia di Platone bensì quello propugnato da Antistene (IV secolo a.C.), che si raccolse presso il ginnasio di Atene detto Cinosarge (o del cane bianco, oppure con il significato di “cane agile”). Da qui il nome di Cinici anche per il loro modo di vivere che s’atteneva più a dei cani che a degli uomini. Non era una vera e propria scuola bensì un indirizzo di pensiero.

Alcuni studiosi, fanno risalire il nome di questi filosofi al loro modus vivendi «cagnesco», quindi cinico da kyon ovvero cane. Si pensi, a mo’ di esempio, alla figura di Diogene di Sinope che, si dice, vivesse in una giara «alla ricerca dell’uomo».

Platone comunque non ebbe mai in simpatia Antistene, il quale fu inviso anche agli altri discepoli di Socrate anche quando il Maestro era in vita.

Ciò non toglie che il rude Antistene, forse già discepolo del sofista Gorgia, fosse uno dei più fedeli ed autorevoli discepoli socratici. Il problema teoretico è tale: secondo Platone la dialettica o «arte del dialogare» [letteralmente « ragionare assieme su duplici, diversi discorsi»], cogliendo le confutazioni, le supera per fondare una conoscenza universale sulle essenze o idee per giungere al Bene. Questo è ciò che sviluppa Platone, ma nell’insegnamento socratico v’è anche il dubbio, cioè che non si possa cogliere l’essenza. L’accentuazione di Antistene si muove su tale ultima istanza.

Ciò che ci appare tramite la sensibilità è puro fenomeno, illusorietà onde per cui l’impossibilità, per i Cinici, di cogliere l’essenza universale dell’essere e delle cose. Ne consegue che ogni opinione è valida, particolare ed inconfutabile. Io posso vedere solo ciò che mi si presenta: un uomo, un cavallo, un fiume donde la impossibilità di cogliere l’essenza.

Famosa è la risposta alla filosofia platonica: «io vedo il cavallo non la cavallinità, l’uomo non l’umanità», cioè le idee di cavallo, di uomo, le essenze di «cavallinità», di umanità, fondate su un sistema razionale, sono fuori discussione in quanto irraggiungibili. Non vi sono, per Antistene, essenze universali, pertanto ogni cosa possiede la propria essenza particolare, individuale che non si può definire in modo sistematico, razionale.

Tutto quindi si riduce all’individualità. Ora Socrate additò la virtù come il sommo bene. Tale virtù si raggiunge tramite la liberazione dei bisogni (autarchia ovvero bastevole a sé medesimi, autosufficienza). La virtù è felicità che coincide quindi con la libertà dai bisogni materiali. Da qui la nota frase che Antistene pronuncerà come vera e propria sintesi del suo pensiero ovvero che è desiderabile esser folli piuttosto che godere degli agi della vita. Si capisce da quanto detto che l’idealità dei cinici non è altro che «lo stato di natura». Ciò che non appartiene alla natura è pura convenzione quindi non valida.

Pertanto il saggio, tramite la catarsi delle passioni, raggiunge la sospensione da ciò che turba l’animo ovvero teoria dell’ apatia (apátheia, è eliminazione del dolore, della sofferenza, delle passioni). Tale è un anti-intellettualismo individualistico che giunge agli eccessi con Diogene.

C’è un motivo nei cinici assai importante che è l‘«antinazionalismo», anche tale motivo dispregiato dalla mentalità greca perché per i Cinici, volendo esser saggi, esser se stessi, sostenevano che era indifferente vivere nella pólis piuttosto che altrove.

Comunque non si tratta del moderno cosmopolitismo (come si assisterà nell’età dei Lumi) ma qui ci sono ascesi, apatia e dispregio per la partecipazione alla vita politica e tale “cosmopolitismo” -tra virgolette- si deve intendere come un’azione ben mirata e concreta: dove c’è il bene, lì è la nostra patria. Quindi la filosofia cinica è de facto un «misticismo ascetico» per raggiungere la «pace individuale», che ben si coagulerà con lo stoicismo a venire.

Anche il cinico vive la grande crisi della Grecia ma, a parte ciò con tutti i suoi limiti, è interessante alla nostra riflessione la seria i p o t e c a di una fondazione razionale dell’etica universale tramite proprio il dubbio di origine socratica nonché la negazione categoriale di certi parametri universali. Ci basti pensare alle categorie di Bellezza e di Civiltà. E’ possibile affermare che una civiltà è superiore all’altra? E i canoni estetici? Proprio dai limiti teorici dei Cinici possiamo meditare su motivi molto attuali.

Autore: Prof. Enrico Marco Cipollini

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Updated: 9 Gennaio 2019 — 12:09

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