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Storia della Lingua Italiana

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Storia della Lingua Italiana

DAL LATINO ALLE LINGUE NEOLATINE

Nella nostra penisola esistevano diversi gruppi etnici e linguistici prima che i latini si espandessero da Roma. Talvolta non erano neppure indoeuropei. Il latino si era imposto sulle lingue indigene in Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Romania, mentre nella parte orientale si era conservata la lingua greca.

In ogni provincia dell’impero si parlava una variante del latino diversa a causa della sovrapposizione con le lingue locali antiche; in seguito la diversità aumentò a causa dei differenti dominatori barbari di origine germanica che occupavano i territori dell’impero: Visigoti, Ostrogoti, Vandali, Burgundi, Franchi, Longobardi, ecc.

I DUE REGISTRI LINGUISTICI DEL LATINO

Il latino, come quasi ogni lingua, vide una netta distinzione tra lingua parlata e lingua scritta, letteraria o “classica” (la lingua di Cicerone, Virgilio, Orazio, ecc.), l a lingua dei testi giunti fino a noi, la lingua dell’oratoria in politica e nei tribunali, della Chiesa, fino al latino medievale

Il latino scritto, letterario seguiva regole rigide, aveva una grammatica più precisa, ed era conservativo perché restava uguale a se stesso, sia il classico sia lo scolastico. Il latino parlato, “sermo vulgaris”, non aveva regole rigide, si trasformava rapidamente con l’uso quotidiano e l’influenza delle lingue antiche locali; il popolo che lo parlava non si accorgeva della semplificazione o dell’evoluzione continua.

Il latino scritto, letterario usava il lessico classico e tradizionale, ad esempio:

  • equus per indicare “equino”, “equitazione”, “equestre”;

  • domus per indicare “domicilio”, “domestico”, “condominio”.

Il latino parlato, “sermo vulgaris” usava un lessico suo, popolare, ad esempio:

  • caballus per indicare “cavallo”

  • casa per indicare “casa”.

PASSAGGIO DAL LATINO AL VOLGARE

L’antica Roma conquistò un vastissimo impero, dall’Europa all’Asia, all’Africa. Ovunque arrivò, Roma portò la propria cultura e anche la propria lingua. In tutto l’impero romano la lingua ufficiale era il latino. Vi erano però delle profonde differenze nella conoscenza e nell’uso del latino fra gli abitanti dell’impero. Dunque, come accennato, le persone colte conoscevano bene la lingua latina e la usavano nella comunicazione orale e nei testi scritti. Chi non aveva la possibilità di studiare, invece, solitamente usava il latino solo come lingua parlata (sermo vulgaris), molto semplificata e lontana dall’utilizzo di tutte le regole previste dal latino classico.

Nelle varie zone dell’impero, inoltre, il sermo vulgaris si era ulteriormente differenziato in una miriade di varietà locali (il latino parlato da un contadino della Gallia era diverso da quello parlato da un contadino italico), anche a causa dell’influenza che il sostrato etnico aveva sul latino. In ogni parte dell’impero infatti, prima che arrivassero i Romani, si parlava la lingua locale a cui il latino si era sovrapposto senza – in realtà – riuscire a cancellare l’influenza della lingua precedentemente usata dalle popolazioni locali.

E queste differenze erano tanto più evidenti quanto più ci si allontanava dal cuore dell’impero, cioè da Roma.

Dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, avvenuta nel 476 d.C. a causa delle invasioni dei popoli germanici, la parte occidentale dell’impero si disgregò in tante realtà politiche autonome, diverse le une dalle altre, anche per le peculiarità che caratterizzavano i vari popoli invasori.

La disgregazione dell’impero comportò anche una frantumazione linguistica (a cui si aggiungeva il quasi universale analfabetismo), infatti negli stati che sorsero sulle ceneri dell’antico Impero Romano d’Occidente si svilupparono tante nuove lingue.

I PRIMI INDIZI DI UNA LINGUA NUOVA

All’epoca della caduta dell’Impero, un certo Valerio Probo scrisse un manuale di grammatica, l’Appendix Probi, che presenta delle comparazioni tra parole che ci aiutano ad osservare il passaggio dal latino all’italiano.

Le prime tracce di una trasformazione del latino in “altro” si trovano sui muri di Pompei: i graffiti rivelano una lingua già avviata a trasformarsi nella nostra, semplificandosi a poco a poco.

Come accade nella trasformazione delle lingue parlate, col tempo gli errori prevalsero diventando la norma, la regola osservata da tutti i parlanti, e questo fenomeno accade tutt’oggi.

EVOLUZIONE DELLA LINGUA NELL’ALTO MEDIOEVO

Nell’Alto Medioevo il latino continuò ad essere usato come lingua ufficiale nei documenti scritti (nelle chiese, nei tribunali, etc.), ma non venne più usato come lingua parlata perché in poco tempo, fondendosi con la lingua dei popoli invasori, si trasformò in tante varietà linguistiche nuove, dette “volgari” perché parlate dal “volgo” (da vulgus = popolo).

Il latino, usato come lingua della cultura nell’Alto Medio Evo, pur conservando le strutture grammaticali del latino classico, si differenziava ormai da esso nel vocabolario (ricco di neologismi) e nella sintassi (lontana dalle regole classiche).

Era una lingua tanto diversa da essere designata oggi (per distinguerla da quella classica) col termine di mediolatino (o latino medievale). Poiché il latino era conosciuto solo dai chierici, mentre tutto il resto della società (compresi sovrani e aristocratici) non sapeva né leggere né scrivere, la cultura era patrimonio di un’èlite ristrettissima. Il pubblico a cui si rivolgeva colui che scriveva era costituito sostanzialmente da altri chierici.

Il processo di trasformazione dal latino nelle lingue volgari (che cominciò dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C) fu

lento, ma già intorno al 600-650 la gente comune non capiva più il latino. A dimostrazione del fatto che il latino ormai non veniva più compreso, con il Concilio di Tours dell’813 venne imposta anche la traduzione delle prediche nella lingua parlata.

Da questa trasformazione nacquero le lingue neolatine (o romanze o volgari). Esse sono:

– italiano, sardo, ladino (parlato nelle zone dolomitiche) in Italia;

– spagnolo, catalano, portoghese nella penisola iberica;

– francese (erede della lingua d’oil) e provenzale (erede della lingua d’oc) in Francia;

– rumeno (in Romania) e dalmatico (oggi estinto).

Negli altri territori che erano appartenuti all’Impero romano (Germania, Svizzera, Austria, Inghilterra…) si diffusero volgari di ceppo germanico.

Tutti questi linguaggi volgari erano agli inizi lingue d’uso esclusivamente orale. Il volgare, infatti, per secoli non venne impiegato per la produzione di testi scritti, tanto meno letterari. Nello scritto veniva ancora usato latino, ma solo dai colti.

Una vera e propria rivoluzione culturale si ebbe quando si cominciò ad usare queste lingue anche per comporre opere letterarie, prima destinate alla sola comunicazione orale, poi fissate anche dalla scrittura.

Da questa rivoluzione nacquero le letterature moderne dell’Europa.

I PRIMI DOCUMENTI IN VOLGARE

– Indovinello veronese

Riportato a margine di un codice più antico, è la descrizione dell’atto dello scrivente da parte dello stesso amanuense. Si tratta di un indovinello comune alla letteratura tardo-latina. Alcuni studiosi lo ritengono non il primo documento in volgare italiano, bensì la testimonianza di una fase precedente del passaggio dal latino volgare al volgare italiano.

– Il Placito Capuano, 960: nasce l’italiano

Si tratta di un documento notarile, redatto nel 960 a Capua, su pergamena, e serviva a dirimere una controversia nata riguardo al possesso di alcune terre. L’abate di Montecassino affermava che quelle terre erano utilizzate dal monastero da più di trent’anni e che quindi erano entrate nei loro domini, mentre Rodelgrimo di Aquino rivendicava le sue terre, occupate abusivamente dai monaci.

Il placito capuano viene comunemente considerato l’atto di nascita dell’ italiano volgare, il primo testo scritto in volgare giuntoci.

La testimonianza a favore dei benedettini non è registrata in latino volgarizzato o contenente errori, ma in una lingua nuova ed autonoma, che per la prima volta possiede la necessaria dignità per apparire in un documento scritto.

– L’affresco della Basilica di San Clemente

Un altro documento che ci ricorda questo passaggio dal latino all’italiano, passando attraverso l’uso del volgare, è un affresco, risalente all’XI secolo, che si trova a Roma. Leggendolo alla luce della nostra cultura potremmo definire questo affresco come un fumetto, dato che il pittore aggiunse alle immagini anche brevi didascalie che indicavano i discorsi dei personaggi dell’affresco. Qui il latino è usato dai personaggi più nobili, il volgare, invece, dai plebei, proprio come doveva accadere nella realtà quotidiana.

DAI VOLGARI ALLE LETTERATURE

Nel Nord della Francia si svilluppa la lingua d’oïl: dall’espressione affermativa latina hoc est illud proveniente da varie regioni italiane cui, per successive contrazioni, deriva l’attuale oui.

In area occitanica si afferma il modello della lingua d’oc: dall’espressione affermativa latina hoc est.

In Italia la letteratura nasce tardi. Nel Duecento, si svilupparono in Italia diverse letterature nei vari volgari regionali.

  • La poesia religiosa umbra (Jacopone da Todi, san Francesco d’Assisi).

  • La Scuola Siciliana di Federico II (Jacopo da Lentini).

  • Il Dolce Stil Novo fiorentino (Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Dante Alighieri).

  • La poesia comico realistica (Cecco Angiolieri).

I DIALETTI ITALIANI

Ricostruire la nascita dei vari dialetti italiani non è facile. Dante distingueva 14 varianti del volgare “del sì”. Oggi vi sono tre grandi gruppi (settentrionali, toscani e centromeridionali) con i loro sottogruppi.

Si aggiungano il sardo, il ladino e le lingue non italiane:

– franco-provenzale (Alpi piemontesi, Val d’Aosta);

– provenzale (Alpi piemontesi);

– tedesco (Alto Adige);

– sloveno (alcune zone del Friuli, Alpi Giulie);

– serbo-croato (alcuni comuni del Molise);

– greco (zona di Polignano nel Salento);

– albanese (alcuni comuni: Molise, Campania, Gargano, Lucania, Calabria e Sicilia);

– catalano (Alghero).

Quelle riconosciute come lingue ufficiali, in base alla Costituzione, sono il francese in Val d’Aosta, il tedesco in Alto Adige e lo sloveno in alcune zone del Friuli.

PREVALE IL TOSCANO

Il “dialetto” (o lingua volgare) che finì col prevalere fu il toscano, specificatamente il fiorentino. Perché?

Perché era simile al latino letterario (struttura lessicale, morfologica, sintattica, cioè la struttura grammaticale).

Per la posizione geografica della Toscana, quasi al centro della penisola, arrivando più facilmente a Nord che al Sud.

In Toscana fiorirono le città comunali ed ebbero un forte sviluppo le attività economiche e commerciali.

La nostra letteratura delle origini fu tutta toscana (Dante, Petrarca, Boccaccio).

Updated: 8 Aprile 2019 — 18:12

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