L’uomo contemporaneo e la crisi del valore

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L’uomo contemporaneo e la crisi del valore

Noi stiamo vivendo e non solo epidermicamente, una profonda crisi già messa in evidenza in letteratura da Kafka, si vedano “Il castello” ed “Il processo”. De facto, noi assistiamo ad una condizione di frantumazione del soggetto che è al di là, fuori, estraniato dalla società. È il famoso cogito ergo est di Nietzsche, cui non abbiamo ancora pagato i debiti alla sua filosofia. Ma qui vediamo anticipare l’inconscio, l’altro che è in noi, o, problematicamente, sfugge a noi. Viviamo in una realtà che più non appartiene al soggetto, è fuori di lui: una realtà codificata, istituzionalizzata che reprime e quando non ci riesce divora, schiaccia, disumanizza, rendendo altro da sé l’uomo.

Assistiamo fattivamente alla scomparsa dell’individuo in tutta la sua concretezza e lo vediamo divenire vuota astrazione, vuota forma, nell’istituzione totalizzante del sistema socio-economico. Tale schizoidia, tale piatto livellamento è il fattore discriminante della perdita della nostra identità, onde per cui si sfiora il vivere autentico, siamo divenuti ciò che aveva visto con chiarezza H. Marcuse ne “L’uomo ad una dimensione” oppure in ”Eros e civiltà”.

Si vive l’amore con la “A” maiuscola o si fa semplicemente del sesso?

L’arte e la cultura come vengono considerate in tale società?

Si avverte una cultura d’élite, inavvicinabile e non intelligibile, contrapposta ad una cultura o subcultura di massa, massificata meglio ancora. Abbiamo gettato via l’ideologia marxista ma ne abbiamo accettata acriticamente un’altra: quella del cosiddetto ”turbocapitalismo” come se il mercato si potesse, lasciato a sè, dare regole equanimi e precise. Illusioni. Illusioni e conseguenze che pagano in modo precipuo i giovani i quali sono per duttilità mentale, i più atti a recepire, anche in modo passivo, i dettati dell’esteriorità e non del valore, che è seriamente messo in crisi. Quindi non crisi del ma del valore in sé per sé.

Sentirsi in crisi, pertanto, è l’unica strada percorribile per evitare tentazioni irrazionalistiche o comunque che si ritorcono su chi si ribella ad una situazione insostenibile. Le strade sono due: trovare un’isola per ritirarsi dalle questioni suddette, oppure bisogna affrontare con spirito critico tali tematiche.

Le buone notizie, si sa, non fanno cronaca onde bisogna, è una nostra esigenza trovarci degli spazi teorici, nostri autentici affinchè si possa donare quella vitalità, quell’energia di cui abbiamo e sentiamo tanto mancarci: l’autenticità dei nostri problemi di individuo, cioè non divisibili dall’etimo originale latino ”in-dividuus”.

Di quelle certezze, di quei valori spirituali e formanti di cui sentiamo la loro pregnante assenza, ciò che conta è aver coscienza di essere in crisi con l’intenzione di superarla, capendola, non rifiutando la logica della dialettica scontro-incontro, della critica, del suggerimento, per uscire da certe stereotipie, da certo disagio della civiltà per parafrasare Freud e la sua nota opera sociale. Non parlo di dogmatismi basati sul principio di autorità bensì sulla dialogica, sul dialogo per poter affrontare i preconcetti e pregiudizi (giudicare prima, a priori) ed uscire dai gusci protettivi tipici dei gasteropodi.

Da qui, l’invito non solo a riflettere, ma a rifletterci. Noi percepiamo il mutare continuo, il mondo all’apparenza, del non essere esposti al pericolo di esser divorati dai meccanismi sociali, di perder coscienza di noi medesimi, di non riuscire a capire la logica socio-economica e dei suoi apparati, e sappiamo che con la fede che manca in ogni cosa è in crisi lo stesso concetto di valore.

Da qui l’exis urgente di riflettere, di definire e ridefinire concetti per meglio addentrarci nel labirinto perché di vero dedalo si tratta, sociale, per porre e porci dei punti cardine, chiarificando le idee per poi intraprendere o cercare di intraprendere nuove strade alternative, soluzioni valide.

Non un isolamento claustrale dal mondo, dalla concretezza di ciò che agisce in e su di noi, ma trovare nel contempo uno spazio per riflettere e dubitare, nel senso di mettere il mondo tra parentesi, sospendere il giudizio, epochizzarlo. Tale bisogno di innalzarci dalla vita quotidiana non significa allontanarci da essa perché sarebbe una pia illusione il disertarla, semmai l’esigenza del dubitare per riflettere e per chiarirci. È un’operazione indispensabile ma non intesa cronologicamente.

Autore: Prof. Enrico Marco Cipollini

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