Allitterazione

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Allitterazione

Fonte-Foto: Pixabay

La parola “allitterazione” deriva dal latino umanistico allitteratio, –onis, e significa letteralmente “allineare le lettere”.

L’allitterazione è una figura retorica, ricorrente soprattutto in poesia, e consiste nella ripetizione di due o più lettere (nelle strofe o nella frase) che riproducono in modo spontaneo o ricercato (per finalità stilistiche o come aiuto mnemonico), un suono o una serie di suoni, acusticamente uguali o simili.

L’allitterazione, come detto, è usata per creare effetti fonici e per finalità mnemoniche, ma tale espediente letterario è usato soprattutto per riprodurre le sensazioni di chi scrive o per sottolineare con particolar forza ciò che il poeta sta dicendo ai suoi lettori. Tuttavia è un fenomeno che non interessa soltanto l’arte retorica, ma appartiene anche alla lingua comune dando origine a varie locuzioni di uso corrente (bello e buono, tosto o tardi, senza capo né coda). Nell’uso corrente, e quando l’allitterazione non cercata per un determinato effetto, la “ripetizione” di talune lettere in una frase è considerata una cacofonia; infatti talvolta ci si ‘giustifica’ con la classica frase:”Scusate il gioco di parole”. Ad esempio, in tale ottica, non diremo: fra fratelli (diremo semmai tra fratelli) oppure tre treni (diremo semmai tre convogli ferroviari).

Anche nei detti popolari è presente l’allitterazione, in questo caso la sua fonia incastonata è usata per un intento per lo più mnemonico. Ad esempio: La lingua batte dove il dente duole con il significato metaforico di “il pensiero va sempre a ciò che ci fa soffrire anche, più estensivamente, a ciò che ci sta a cuore o ci preoccupa”.

Come artificio retorico, l’allitterazione è frequente presso gli autori latini (famoso è rimasto l’esametro degli Annali di Ennio: «O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti», “O Tito Tazio, tiranno, tu stesso ti attirasti atrocità tanto tremende!“); nell’antica poesia germanica è elemento fondamentale del verso.

Tale figura retorica è molto usata nell’ambito pubblicitario, affinchè uno slogan funzioni e venga memorizzato; per creare quel “virtuosismo” musicale che farà presa sull’auditore e costituendo dunque una vera e propria strategia di marketing. Ecco qualche esempio:

Fiesta ti tenta tre volte tanto.

Se c’è il limone è Limoncè.

Ceres C’è.

L’allitterazione era particolarmente frequente nelle commedie plautine come mezzo per suscitare comicità e, traslata ai nostri giorni, la possiamo trovare anche nello storico e strepitoso sketch di Tognazzi e Vianello: “Tito, te tu hai ritinto il tetto”, in cui i due comici interpretano se stessi, intenti a preparare il loro nuovo numero per la tv.

L’allitterazione e la rima

Si potrebbe a questo punto notare come l’allitterazione sia una parente stretta della rima: entrambe producono quella che si chiama omofonia, ossia una serie di suoni uguali. Solo che la rima è più facile da intercettare, sta alla fine delle parole ed è subito lì, evidente:

Il grano dorato

ondeggia nel sole

al vento danzando

sussurra parole…

L’allitterazione, invece, interessa l’inizio o il mezzo delle parole, è una rima, o un rimando sonoro, più nascosto.

Si dice allora che la rima crea una omofonia esterna mentre l’allitterazione crea invece un’omofonia interna.

Allitterazione assonantica e consonantica

Possono essere ripetute le semplici vocali, e in questo caso parleremmo di assonanza, che corrisponde all’avvalersi di vocali uguali, come in questo esempio: amare è come volare. In tale esempio vengono ripetute le vocali a – e, riproducendo un’allitterazione assonantica.

Possiamo invece ricorrere a suoni prodotti da consonanze, che otteniamo con l’utilizzo di sillabe graficamente e foneticamente simili (consonanza), dando luogo stavolta ad un’allitterazione consonantica. Vediamone un esempio con le sillabe re – ri – ra: tremo rimembrando le ultime ore.

Anche tale tecnica è usata perlopiù in poesia, in metrica, dove la corrispondenza la si può trovare nell’alternanza di versi e rime.

Alcune linee di tendenza possono essere:

– le consonanti dal suono secco (g, c, r) evocano una sensazione di durezza; eccone un esempio dal sonetto Alla sera di Ugo Foscolo: “Quello spirito guerriero ch’entro mi rugge“, un allitterazione che va a rafforzare l’antitesi che trova il suo compimento con il verso che la precede “e mentre io guardo la tua pace, dorme”.

– le consonanti dal suono dolce (v e l) evocano una sensazione di morbidezza, piacere;

– la vocale “a” evoca un senso di ampiezza;

– la vocale “u” evoca un senso di gravezza; Ecco un esempio da La mia sera di Pascoli che ci veicola una sensazione particolare:

..Di tutto quel cupo tumulto,

di tutta quell’aspra bufera,

non resta che un dolce singulto

nell’umida sera…“.

– la vocale “i” evoca un senso di chiarezza;

– la vocale “e” evoca un clima rasserenante.

Altri esempi famosi di allitterazione

1. In Publio Virgilio Marone (Eneide, libro II) nel verso: “infandum regina iubes renovare dolorem” fa allitterazione la sillaba “re” in “renovare”, “regina” e “dolorem”.

2. Alcuni esempi nella poesia di Dante:

Nel canto di Ulisse (il XXVI dell’Inferno v.100) Dante sposa come un sacerdote la retorica alla poesia: “Ma misi me per l’alto mare aperto….”.

L’insistere sulla “m” del primo emistichio enfatizza l’io riflessivo e il suo gesto di sfida accentuato dall’avversativa iniziale (ma misi me) contro l’apertura infinita”…per l’alto mare aperto“, apertura accentuata dalla assonanza della “a” di mare -coniugata con l’allitterazione della consonante “m” dell‘io soggettivo- oltre che dall’allitterazione “alto… aperto”; la preposizione di moto per luogo ‘per’ ci suggerisce che quella distesa sarà percorsa.

3. Tra i molti esempi di allitterazione in Francesco Petrarca, ne citiamo uno che si riferisce al primo sonetto dei Rerum vulgarium fragmenta (v. 11: “Di me medesmo meco mi vergogno”) dove l’insistenza sul suono “m” (e sui corrispondenti pronomi personali) sottolinea la componente intima e narcisistica della poesia petrarchesca.

4. Ne Il Morgante – il poema più famoso di Luici Pulci – l’allitterazione nel canto numero XXIII dà luogo a un’intera ottava di bisticci: «La casa cosa parea bretta e brutta, Vinta dal vento, e la natta e la notte Stilla le stelle, ch’a tetto era tutta; Del pane appena ne détte ta’ dotte; Pere avea pure e qualche fratta frutta, E svina, e svena di botto una botte; Poscia per pesci lasche prese all’esca; Ma il letto allotta alla frasca fu fresca».

5. Prendiamo un sonetto del Foscolo, “Alla sera”: “e quando ti corteggian liete le nubi estive e i zefiri sereni” dà una sensazione di pace, quasi mostrando un cielo di colore azzurro e viola; mentre l’espressione seguente, “e quando dal nevoso aere inquiete tenebre e lunghe all’universo meni”, indica stato d’animo travagliato e agitato, grazie all’uso di suoni piuttosto cupi.

6.Sentivo un fru fru tra le fratte“, un verso di Giovanni Pascoli, ne L’ Assiuolo, è un esempio tipico l’allitterazione che si produce con la ripetizione dei suoni “fr”.

Autore: Stefano Leone

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