Lo stoicismo

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1.Introduzione
Nessuna opera degli autori stoici antichi ci è pervenuta, solo frammenti e testimonianze di tali filosofi sono sopravvissuti alle macerie del tempo inclemente.
Personalità di indubbio interesse fu il fondatore Zenone di Cizio dell’isola di Cipro(336/5-263?), il quale aveva avuto insegnamenti filosofici dal cinico Cratete; suoi successori furono Cleante di Asso (304?-231?) nonché Crisippo di Soli (280 forse-204?,anche qui il punto interrogativo è d’obbligo).
Tale, Crisippo, fu il vero «sistematore» dello stoicismo, da Stoà poikíle o portico dipinto (in Atene) da Polignoto, dove erano soliti radunarsi. Questa è detta anche Antica Stoa, distinguendola dalla Media con a capo Panezio di Rodi.
Bisogna premettere che la Stoa non si organizzò nel senso concreto in una scuola con caratteristiche ben precise ma fu piuttosto un insegnamento aperto. È significativo ricordare che gli stoici iniziarono a insegnare la loro filosofia quando decadde un noto decreto illiberale (il «decreto di Sofocle del Sunio»), cioè attorno al 306 a.C., il quale proibiva de facto l’insegnamento filosofico in Atene, scagliandosi contro le varie scuole (ne abbiamo già accennato,discutendo di Epicuro).
Decaduto il decreto se ne giovò molto la vita culturale ateniese con la fioritura delle scuole filosofiche che in tal parte andiamo trattando seppur schematicamente sì, ma non in modo, lo si spera, semplicistico.
La Nuova Stoa si prolunga sino al III sec. d.C., cercando di ritornare al pensiero delle origini dello stoicismo greco ma era ormai romanizzata. Abbiamo infatti rappresentanti Seneca ed Epitteto nonché Marco Aurelio, dei quali invece possediamo gli scritti. Si dice che i maggiori stoici morirono suicidi e non a caso.
2. La teoria della conoscenza e la concezione della Natura
Premettendo, senza inutili orpelli, che gli stoici sembrano non ammettere almeno dalla nascita più antica del loro movimento di pensiero, a scanso di equivoci, una realtà metafisica distinta dal mondo sensibile d’accordo in tal senso con gli epicurei, mutatis mutandis, e ricordando che non esiste «lo steccato» di due realtà diverse ontologicamente (come invece avverrà nel cristianesimo che nasce in seno alla cultura giudaica), qui tutto si spiega, l’universo con le forze del cosmo e l’uomo con il suo pensiero. Tale fattore è tipico del pensare greco, sebbene i fondatori dello stoicismo fossero semiti ma perfettamente ellenizzati. Inoltre come tutti i pensatori greci, nessuno escluso, mai mettono in discussione la realtà del mondo e le forme molteplici della phýsis [per Parmenide si parla di essere/nulla, per Platone di spiritualizzazione, semmai con il cristianesimo e soprattutto con Tommaso d’Aquino si mette un segno negativo all’infinità di produzione della phýsis]: anche qui, ripetiamo, si ravvede la matrice tipica del filosofare greco.
Lo stoicismo, poi, divenne con il passare del tempo una sorta di corrente «spirituale» che prese sopravvento in Roma in un’epoca d’ansia, d’inquietudine. Un grande storico dell’antichità di chiara impostazione marxista B. Farrington nel suo Lavoro intellettuale e lavoro manuale nell’antica Grecia, 1947, in tr.it. Milano 1970, faceva notare come il movimento stoico fosse conservatore in quanto catalizzatore delle angustie delle classi oppresse, prospettando una rassegnazione totale di tali classi dinanzi alle esigenze del reale.
A parte le varie considerazioni degli studiosi, gli stoici fanno in modo che la «filosofia prima» aristotelica si coniughi con il mondo terreno, dei sensi. Non esiste dualismo metafisico come pure negli epicurei ma, lo vedremo, un panteismo cosmico.
La visione propugnata dagli stoici è dunque un vero e proprio monismo ovvero tutto deriva da un unico principio. Ovviamente con la creazione del loro panteismo e della riduzione nel sensibile di ogni cosa, razionalità compresa, «la scienza dell’essere in quanto essere» di Aristotele così non ha più ragione d’esistere. Da qui la necessità di discutere la teoria della conoscenza degli stoici con la loro concezione fisica. Nello stoicismo, che vedremo per moltissimi aspetti essere vicino ai cinici, mutatis mutandis, non esiste nessuna forma di dualismo ontologico nel senso che realtà trascendente e realtà fisica hanno un solo statuto ontologico: la materia e il lógos – ragione universale – sono immanenti al mondo, non fuori del mondo. Costante quest’ultima che giungerà sino al tardo pensiero antico (anche se qui troveremo influenze orientali, magiche e teurgiche) e caratterizzante tutto il pensiero greco sin dagli albori fino alle sue ultime concezioni, come ripetuto sopra con le avvertenze dello spiritualismo come il neoplatonismo, anche se tale è un vero e proprio sconvolgimento del pensiero del grande filosofo ateniese, donde è bene fare sempre attenzione all’ innocuo -in apparenza- prefisso «neo» davanti a qualsiasi corrente e soprattutto tale avvertimento vale per i neoplatonici.
Ritornando allo stoicismo, il lógos è anche spirito che «vivifica», anima del mondo, donde il cosmo, o essere vivente, che ha un proprio ciclo e rinnovandosi («grande anno»), riporta gli elementi al Fuoco originario (il Fuoco è in effetti il vero dio) sempre immanente al mondo. Da qui i concetti di«provvidenza» e di «destino», di «fato», di «necessità razionale» i quali vengono però a limitare la libertà dell’uomo, come risulta chiaro e poi Crisippo tenterà – cadendo in contraddizioni – di cercare la soluzione di come si possa conciliare la libertà dell’uomo visti tali assunti, ricorrendo all’«essere» tipico dell’uomo.
Al bando è messa ogni forma che ripropone l’innatismo: la mente ragiona grazie a sensazioni che le vengono impresse tramite la via dei sensi.
Che cos’è infatti una rappresentazione se non una impressione o un mutamento?
È un’anticipazione di una sorta di teoria dell’«imprinting»: un vero proprio «calco» dove i sensi producono immagini che si fissano nella mente e grazie alla capacità mnemonica vengono trattenute, mentre i segni rari tendono a svanire. Da questa teoria si dà origine alla conoscenza tramite concetti.
Cos’è un concetto?
Non è altro che un processo dell’intelletto che ci rende possibile una rappresentazione, un’idea. Una nozione generale, un’astrazione, che nasce dai giudizî cioè da comparazioni fatte su oggetti corporei, materiali, concreti e con Crisippo, il vero sistematizzatore dello stoicismo, come anticipato, anche immateriali, incorporei. Quindi, per lo stoico, il concetto ha sempre insito in sé il problema del segno che vedremo più innanzi nella logica.
Certo che ciò comporta la soggettività del concetto universale ma ciò che determina l’uso di certi concetti si esprime con le parole: le proposizioni in relazione ai fatti. Dipende dall’uso proprio o improprio che se ne fa di tali nomi, di tali proposizioni: siamo in una dialettica logica ovvero che tutto appartiene ad una proposizione, all’uso che se ne fa riguardo ai fatti. Problematica che sarà ripresa e sviluppata meglio nei secoli a venire ma vedremo anche noi come tale dialettica logica sia ben differente da quella aristotelica: infatti la logica stoica si baserà sulla proposizione ovvero non tanto sugli elementi primi o concetti come volevano Aristotele e i suoi seguaci, bensì sull’enunciabile. Gli stoici si basano per la fondazione della loro logica quindi sulla relazione dei fatti enunciati tramite «la logica proposizionale», come esamineremo nel 3°§..
Ora guardiamo i caratteri distintivi dello stoicismo che sono:
– i sensi dapprima, ovvero nella fase più antica,in quanto tutto(divinità e anima comprese) è corporeo;
– dinamismo:la materia in sé sarebbe priva di «espressione», ma esiste una presenza in essa di una forza inseparabile o principio attivo;
– panteismo: il principio attivo inteso come fuoco -vedi l’origine eraclitea- tramite il calore genera, muove ed anima tutto. Tale principio rigorosamente razionale è interno al mondo stesso, non disgiunto dalla materia la quale non è che principio passivo. Tralasceremo in specifico la dottrina delle ragioni seminali (logoi spermatikoi) che avrà fortuna in epoca più tarda, la quale ammette che in tali semi vi siano già «le ragioni d’essere delle cose» dominate dal Fuoco o divinità immanente al mondo, portando poi Crisippo -in particolare- a chiedersi, senza riuscirci, se non con gravi contraddizioni, se l’uomo è proprio libero nel suo volere, visto da quanto premesso sopra sulla teoria delle ragioni seminali o emanzioni del lógos o Ragione – maiuscola- la quale governa il mondo.
Anche la mente dell’uomo non è che una parte del tutto, una specie di«monade» -virgolette apposite- però non scritta, un foglio bianco, una tavoletta di cera vergine, una tabula rasa in cui vengono ascritti i caratteri che provengono dai sensi: quindi è meglio chiamare l’anima una parte o “scintilla” del Fuoco. Il mondo da esso, Fuoco, costituito, viene da tale consumato, consunto, bruciato in un ciclo eterno fatto di nuove creazioni e consunzioni:«cicli cosmici eterni».
È un motivo solo apparentemente nuovo, importato dall’Oriente forse proprio da Crisippo, quest’ultimo dei «cicli temporali», rafforzando tale concezione del tempo contrapposta alla concezione della linearità temporale.
Ritornando all’anima,proprio perché parte o scintilla di questo Fuoco, possiede un elemento superiore che le permette di governare: tale elemento è detto «egemonico» ovvero «dominatore». Richiamando la teoria della conoscenza, la mente è in grado, proprio grazie alla memoria, di formarsi una esperienza e di fornire anticipazioni per conoscenze diverse, per «preconizzare». Quindi l’atto sensibile per giungere all’epistéme o certezza scientifica deve esser sempre accompagnato dalla funzione superiore della mente, mossa dai dati evidenti Phantasia katalettiké e tale operazione mentale è chiamata assenso (sunkatàthesis). Senso ed assenso sono dunque le due forme principali della conoscenza.Anche se vedremo come gli scettici demoliranno tale forma di conoscenza.
3. Etica e logica
Secondo gli Stoici l’uomo, e in particolare la sua anima che domina tutto il corpo di cui è della stessa natura ontologica,deve uniformarsi alla Ragione Universale, al lógos. Come?
Allontanando ed evitando “le malattie dell’animo”, come intendono tali filosofi le passioni e le pulsioni del corpo, che inevitabilmente sono a noi connaturate, al nostro «essere» -o apprese- onde si giunge alla libertà ma intesa solo in senso morale, non giuridico. Obbediscono, gli stoici, perciò all’areté (virtù). Tale è assieme sommo bene e «felicità», ma quest’ultima ben diversa tale da quella concepita degli epicurei. Se pensiamo che l’istinto primordiale, arcano, di ogni vivente non è che l’auto-conservazione, la ragione deve giungere a regolare tali impulsi. Unico criterio valido è vivere secondo ragione e secondo natura perché ivi regna la Ragione maiuscola. Onde ne deriva che scopo del saggio è vivere in completa armonia con la sua natura che combacia con quella universale. Da qui l’anteporre allo Stato l’uomo.
Solo il bene ha la sua consustanzialità, dunque ne discende che ogni altra cosa mondana deve essere bandita: è la cosiddetta adiáphora o indifferenza per gli avvenimenti del mondo, ma anche per la morte ed ogni affanno che possono affliggere l’uomo.
Tale assenza di passioni mondane o di affanni è conosciuta meglio con il nome di apátheia, termine composto da alfa privativa che significa non e páthos, sentimento, passione onde il nome di Apatheia.
In tale «apatia» (o tranquillità) vive il saggio che si differenzia dallo stolto, che è in preda al dolore e all’agitazione e alle cose mondane. Il saggio stoico vive nell’inviolabile Necessità razionale che governa il tutto, in modo sereno, imperturbabile. Ne consegue che la natura, la phýsis, non può essere per convenzione, anzi!, nulla è per convenzione onde ne consegue l’affermazione dei diritti di natura su cui ritorneremo.
In fondo,per gli stoici, il male prodotto dai sensi non è il vero male. Quindi la non-passione per le cose del mondo non è che l’idealità che persegue lo stoico, da non confondere con «non-sensibilità» in quanto il suo stato assomiglia più ad una «non-alterazione» dovuta alla Ratio che così vuole. «Saggi» si può divenire anche tramite l’educazione e divenuti tali, a meno di follia, così si rimane e costoro, a differenza degli stolti rosi dalle passioni, si riconoscono con gli altrui saggi: si delinea così una comunità utopica che Crisippo identificherà in una città ideale coincidente con l’universo, l’ordinato,il kósmos.
Come si può ben capire la divisione tra saggi e stolti è di fatto una concezione élitaria in aperto contrasto con le idee di«stato di natura» e dei diritti naturali che avranno seguito nell’èra moderna (giusnaturalimo), ma propugnate, seppure contraddittoriamente, già dallo stoicismo come una fratellanza universale fra gli uomini.
Da non dimenticare, anzi da ben rimarcare, la teoria del significato degli stoici di cui ci parla anche lo scettico Sesto Empirico negli Schizzi pirroniani, tra l’altro. Sappiamo già che logica deriva da lógos (discorso,ragione) e fu coniato tale termine dagli stoici medesimi, venendo intesa come disciplina autonoma, secondo la nota tripartizione che incontriamo nelle scuole ellenistiche, mentre gli aristotelici usavano il termine organon o strumento del pensiero ovvero, come abbiamo già anticipato nei precedenti capitoli, un metodo propedeutico ad ogni scienza che come tale volesse fondarsi.
Abbiamo, ritornando al nostro discorso sulla logica stoica, un assioma o enunciato in una frase detto lektón (esprimibile, enunciabile): «dicono [gli stoici] che il segno è un enunciato…. Dicono l’enunciato un detto compiutamente espresso in quanto a se stesso» (da Sesto Empirico, Schizzi pirroniani,tr.it. Roma-Bari,1988). Il lektón è propriamente il significato, che dagli stoici viene diviso dal significante (suono, voce), e dalla cosa significata che può essere un oggetto come un evento. La logica stoica studia -ed è questa la sua grandezza riconosciutale anche oggi- il ragionare fondato proprio sul lektón.
Ora ogni proposizione lega tre elementi:
– il significante
– la cosa significata
– il significato, ovvero ciò che la parola significa.
I primi due elementi sono corporei (voce, oggetto o avvenimento), mentre il terzo o lektón o significato ha solo una funzione di collegamento nella frase, nella proposizione: è oggetto pertinente al piano logico.
L’enunciato (o connessione che lo indica) inoltre può esser vero o falso: è la teoria delle unità logiche minimali del tipo «se è notte, splende la luna» o viceversa:«se è giorno,c’è il sole» e via dicendo (dalla testimonianza dello scettico Sesto Empirico, Schizzi pirroniani, vedi in particolare: 63- 76, ). Queste proposizioni minimali possono contenere un ragionamento il quale può esser vero o falso, del tipo : se p allora q. Da cui se ne consegue : «ma p», e poi la conclusione, dunque q. (Ad es., se c’è giorno, c’è luce ma è giorno, dunque c’è luce).
Pertanto, per gli stoici, non il termine è elemento minimo bensì la proposizione. Il segno, inoltre, non assume significato di termine bensì è una proposizione, la quale esprime qualità del reale o avvenimenti. Così prendono le distanze dai paripatetici; al posto dell’Ousia -o sostanza aristotelica- gli stoici pongono le relazioni, la qualità e gli avvenimenti (cfr. la lucida esposizione critica di Sesto Empirico nel II vol. in particolare degli Schizzi pirroniani). Tale logica si dice semantica o proposizionale come si è cercato di far intendere seppur schematicamente. Infatti sparisce il termine medio tipico del sillogismo aristotelico e la proposizione è sempre al condizionale come nell’esempio succitato, il quale non è che uno dei cinque schemi tipo della logica stoica.

Autore: Prof. Enrico Marco Cipollini
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