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Sacro e profano (terza parte)

Sacro e profano by DiziomondoAbbiamo visto i riti di passaggio e d’iniziazione sia nel guerriero che nel matrimonio completamente diversi secondo le culture. Se ormai il guerriero non esiste più in quanto ormai il servizio militare è diventato volontario, per cui in genere gli Stati pagano i futuri militari affinché servano, più che la patria, gli interessi politici (il servizio militare di leva veniva ascritto nei cosiddetti Ruoli Provvisori).

In genere dalle classi sociali meno agiate venivano reclutati i futuri militari in quanto li trovano un posto decente, uno stipendio, che non avrebbero avuto se fossero rimasti nelle loro regioni.

In Italia, non è un mistero, gli agenti di Polizia venivano arruolati nel Meridione. Qui ci possiamo rifare a Ernesto de Martino il quale trova riscontro in Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato a Eboli, o nell’opera meridionalistica e storicistica di Antonio Gramsci con cui il nostro Etnologo ha dei punti in comune, anzi si rifà proprio all’opera di questo “eretico” isolato nonché dimenticato intellettuale comunista sardo.

Se il mito del guerriero ormai caduto nella sociologia, e quindi, a parte rari casi, non è ambito dell’antropologia culturale che sentiamo il dovere di definire.

L’antropologia culturale -a differenza di quella fisica- è proprio il passaggio dalla natura alla cultura, non trascurando l’engramma umano, però non basandola solamente sulla biologicità. Infatti la grandezza di Lévi-Strauss (più volte citato) sta nel contrapporre la natura ovvero la nostra biologia umana alla cultura. Infatti, quale esempio, noi ci riconosciamo italiani, non per i caratteri antropometrici ma per il linguaggio, le tradizioni, la nostra cultura in senso antropico.

Anche le cosiddette Razze Sociali non han nulla di biologico. Pensiamo all’opera di Thomas Luckmann, La religione invisibile, 1967, ora anche in traduzione italiana per il Mulino Bologna, del 1969 o allo studioso statunitense Marvin Harris (Antropologia fisica e culturale, per Zanichelli Bologna, 1999).

Lo studioso tedesco ci avvertiva che la società globale va sopprimendo le tradizioni e rende debole l’esistenza del soggetto, il quale per vivere e per ritrovare forza davanti alle crisi, si aggrappa ai miti, i quali oggi sono falsificati e contraddittori in sé e per sé. Pensiamo all’eterna giovinezza, al mobilismo, e il familismo cioè il bisogno di farsi una famiglia, quindi sposarci per dare una forma, ripetendo in tal modo l’istituzione matrimoniale tradizionale. Pertanto la religione profana, conclude Luckmann, in fondo, desacralizzando l’uomo, lo rende numero e gli leva quella autonomia personale e lo fa schiavo del potere dominante.

Il matrimonio ha una storia abbastanza lunga. Doveva essere istituzionalizzato per essere funzionale alla società (secondo il funzionalismo di Malinowski o nello strutturalismo per Lévi-Strauss e nell’etnologia umanistica del de Martino).

È doveroso fare un breve excursus sebbene impreciso. Nella società greca la donna non contava nulla, era un essere che aveva il compito di procreare o di aiutare il marito nei lavori agricoli (cfr. Lisia quale esempio); infatti viveva nel gineceo, era distaccata anche nell’intimità dal maschio, il quale solo poteva ereditare. Non cambiano molto le situazioni in epoca romana, in quanto la donna da sposare era già promessa ad un uomo che dava al padre un determinato quantitativo di beni. Infatti sposa deriva da sponsorspondere latino, cioè garantire. Non era confortante neanche il matrimonio e la condizione della donna nel mondo giudaico.

Testimonianza del rito matrimoniale lo abbiamo in de Martino, che ha esaminato i paesi della terra del rimorso, mutuando il termine dal suo famoso testo. La donna, secondo de Martino, deve presentarsi illibata per essere accettata dal promesso sposo. Deve possedere un abito bianco, simbolo della purezza e della castità, avere determinati comportamenti, possedere alla coscia una giarrettiera blu, colore che richiama la vergine Maria. Oltre a ciò c’è una ritualità che si ripete ancora oggi: il marito, per scaramanzia, come sosterrebbe Malinowski, porta in braccio la moglie, prima di varcare la soglia di casa, pur sapendo che tale usanza non ha alcuna” verità reale”, però si augura in modo apotropaico che il matrimonio abbia un lieto fine. Tale rito lo ritroviamo nella storia della religione di Mircea Eliade così come in Rudolf Otto. I greci lo avrebbero chiamato teurgia (ringraziarsi gli dei con rituali). Dunque il mito e il rito, intrinsecamente collegati, si ripercuotono anche oggi.

Non possiamo esimerci, avendo parlato di Lévi-Strauss e soprattutto di de Martino, dell’opera di Gramsci, il quale anticipa molto la scuola francese di Foucault. Come mai – si chiede Gramsci – gli industriali americani, soprattutto Ford, operano un’inchiesta così minuziosa sulle abitudini, sul folklore e le sue credenze derivate e, soprattutto, sulle abitudini sessuali delle famiglie dei lavoratori?

Questa domanda è ripresa da Quaderni del carcere, e ci dice che non è tanto il pietismo tipicamente americano – ad interessarsi del suo operaio e relativa famiglia bensì razionalizzare tutto il lavoro, partendo dalle radici culturali del lavoratore, per poterlo dominare: lo toglie, lo sradica dalla società per farne un suo dominio. Lo trasforma da soggetto sociale a suo oggetto industriale. Pertanto, l’industrialismo americano capitalistico sposta il baricentro dell’uomo da sociale in operaio collettivo, Lo può controllare attraverso tale indagine “buonista” e lo sradica dalle sue autentiche esigenze.

È l’industria che dà ogni risposta al subordinato. Gramsci anticipa il bio-potere. Il lavoratore trova il suo universo non nell’attivismo politico sociale, non nella sua cultura di base, bensì nel signor Ford o chi per esso. Viene denaturalizzato del suo essere come direbbe De Martino. Diventa un oggetto e non un Dasein,un “essere-nel- mondo”. Così l’uomo, perdendo la sua stessa natura, vende la sua vita ad altro da sé, alienandosi, reificandosi.

Nell’articolo del settembre del 1964, in “Cultura e società”, Ernesto de Martino, nell’articolo Etnologia e civiltà moderna, si chiedeva in modo attuale, quali sono i compiti della moderna antropologia culturale, chi è l’alieno e come superare questa disparità e disuguaglianza che il mondo occidentale ha creato affinché potesse dominarci meglio. Proponeva, con sconcertante modernità, l’etnologo italiano, la cultura del confronto: ritrovare quell’umanesimo perduto nei secoli.

Il rito come archetipo umano

Nella odierna geolocalizzazione, noi abbiamo o crediamo -meglio ancora- di aver perso ogni tipo di mitologia e rito, come abbiamo ampiamente suddetto. invece certa ritualità permane negli atti quotidiani. Potrei fare una lunga lista di esempi come la luce pendula, il cornetto, che nel bacino napoletano è molto usato e che deve essere rigorosamente regalato oltre ad innumerevoli altre superstizioni folkloristiche o tradizioni religiose, vedi l’albero di natale, che permangono in maniera inconscia nella nostra società nonostante le diverse forme culturali.

Su tale punto non possiamo non citare Lévi-Strauss, il quale non sosteneva che le società arcaiche sono uguali alle società tecnologicamente più sviluppare bensì voleva sottolineare che certa mitologia e ritualità, come l’idea della morte o il cannibalismo permangano inconsciamente nel nostro agire quotidiano.

Pertanto si tratta in nuce, di riconoscere, di aver coscienza che la mitologia profana ha in sé antichi archetipi in quanto l’uomo ne ha bisogno. Oggi rivediamo al cinema o leggiamo i paradigmi mai morti dell’eroe, del guerriero, del mostro, della felicità o dell’inferno o dell’età dell’oro perduta o sappiamo dei riti sacri e massonici.

Prendiamo ad esempio le trasfusioni di sangue, che servono a dare vita in casi disperati o di necessità. Questa è da considerarsi come una pratica universalmente accettabile, ad esclusione di alcune sette religiose come i Testimoni di Geova, però si tratta di un rito cannibalico il quale rientra nei nostri archetipi, come uccidere l’uomo vecchio che è in noi per rinascere, il che è attestato non solo nei Vangeli bensì nei miti mitriaci e nelle culture indo-europee. Per un maggior approfondimento vedi Il saggio sul dono (Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les sociétés archaïques1923/4) dell’acutissimo Marcel Mauss).

Lo stesso dicasi del ritorno all’originario (vedi Rousseau), che ci spinge ad identificarci con l’altro, come nella filosofia del volto di Lévinas, il quale vede nell’alterità la nostra umanità, le nostre paure e il nostro bisogno dell’altro. Come direbbe Ervin Goffman, pur ribaltando i suoi assunti, si perde la maschera che usiamo quotidianamente e ci ritroviamo essere umani in toto, nei drammi provocati dalla natura (terremoti, tsunami, o lo stesso Covid-19).

Il rito della introiezione (o liminare di Turner), lo vediamo ogni domenica e ogni festività comandata. Nello stesso rito domenicale della messa cattolica, il pre-liminale è costituito dal credente non ancora cresimato. Diventa liminale quando riceve il carisma della cresima (il cristiano da battesimato ora diventa “milite di Cristo”) e post- liminale, quando introietta in sé la cultura cattolica.

Riti odierni sono gli inni nazionali, le commemorazioni funebri o quelle storiche (esempio il 2 giugno per noi). Quindi l’archetipo è fondamentale nell’essere umano in quanto, seppur cambiate le forme, rivive il suo  profondo e si lega all’umanità . Un esempio per tutti: nell’Iliade, troviamo l’archetipo dell’amicizia e del rispetto degli avi. Glauco, eroe troiano, deve battersi contro Diomede, un semplice soldato greco. Quando entrambi sapranno che i loro avi erano legati da un rapporto di amicizia, contrariamente al costume greco, abbandonano le armi, si scambiano i doni, riconoscendosi come portatori di un archetipo che è la philia (ancora oggi si parla di questo episodio per definire storicamente la Xenofilia).

L’amore, l’amicizia -altra forma d’amore-, la morte e lo stesso matrimonio sono archetipi che noi continuiamo, anche se in modo completamente diverso, a reiterare (come il mito di Er in Platone, Repubblica, insegna). Purtroppo, diceva Veronesi, oggi non si ha neanche il diritto di morire, in quanto contro la nostra libera volontà, si viene ricoverati e nutriti artificialmente in quanto non si è ancora trovata, almeno in Italia, una soluzione degna dell’uomo, affinché sia tale, affinché l’uomo si rispettato anche nell’ultimo passaggio.

Autore: Prof. Enrico Marco Cipollini

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